Riccardo Bianchini - 

Consiglio di Stato , sez. IV, sentenza 06.08.2013 n° 4150 (

Nell’ambito di una complessa vicenda che ha visto contrapporsi le ragioni di un ente locale che aveva proceduto all’emanazione di una variante al proprio PRG e quelle di una società che si riteneva lesa da tale provvedimento, il Consiglio di Stato ha avuto modo, fra l’altro, di affrontare il tema della natura dei termini di approvazione della delibera con cui l’amministrazione approvi la variante al proprio PRG.
Questo perché, in punto di fatto, era avvenuto che l’amministrazione comunale, a seguito dell’adozione della variante ed a seguito della ricezione delle osservazioni alla variante fatte pervenire da parte de privato, aveva attesa un ampio lasso di tempo prima di giungere alla conclusione del procedimento. Conclusione che, peraltro, intervenuta circa due anni dopo la ricezione delle osservazioni, sfociava nell’approvazione della variante con il rigetto integrale di ogni osservazione proposta.
Nell’ambito di tale vicenda, il privato agiva per ottenere l’annullamento dell’approvazione della variante, sollevando una pluralità di censure fra le quali, per quanto qui di interesse, la violazione dell’art. 3, 3° comma, della L. R. Lombardia del 23.6.1997, n. 23, nonché - in via subordinata - dell’art. 21 della L. 30.4.1999, n. 136, poiché il Consiglio comunale non avrebbe approvato le varianti entro il prescritto termine di 90 giorni ed, in ogni caso, la richiamata approvazione non sarebbe intervenuta nel previsto termine di 12 mesi dalla data del deposito della variante.
Ebbene, tale censura, già respinta nel corso del primo grado di giudizio, veniva ritenuta infondata anche nell’ambito del secondo grado di giudizio.
Il Consiglio di Stato ha infatti avuto modo di affermare che, al di là della circostanza che l’ordinamento prevede specifici rimedi per rimuovere la eventuale inerzia dell’amministrazione rispetto all’obbligo di provvedere nei termini, “costituisce principio generale del diritto, di cui le previsioni dell'art. 2, l. n. 241 del 1990, risultano essere una conferma a livello di normazione primaria, quello secondo cui i termini del procedimento amministrativo devono essere considerati ordinatori, qualora non siano dichiarati espressamente perentori dalla legge”. Nella medesima pronuncia si afferma poi che se pure l'intenzione del legislatore di individuare un termine come perentorio non si ricavi sempre e necessariamente dall'esplicita disposizione in tal senso, potendo tale natura essere desunta anche implicitamente dalla disposizione normativa, non ricorre tale circostanza per il caso del termine fissato per l'adozione del provvedimento finale di un procedimento amministrativo.
Da tali considerazioni discende dunque la conseguenza che – ferma restando la possibilità di accedere agli istituti posti a tutela dell’interesse del privato leso dall’inerzia dell’amministrazione, ossia principalmente l’azione avverso il silenzio di cui all’art. 31 c.p.a. – il mancato rispetto dei termini per l’approvazione della variante al PR, stante la natura ordinatoria degli stessi, non conduce ad alcun vizio di legittimità del provvedimento così emanato.

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