Manuela Rinaldi - 

Cassazione civile , sez. lavoro, sentenza 25.09.2013 n° 21910 
La procedura di mobilità è regolare ed i licenziamenti legittimi anche nel caso in cui la consultazione sindacale sia avvenuta solamente con le rappresentanze sindacali unitarie (RSU) senza coinvolgere in tale operazione la CIGLla CISL e la UIL presenti in azienda.
Così i giudici della Cassazione nella sentenza 25 settembre 2013, n. 21910 relativamente ad una fattispecie di impugnazione della procedura di mobilità basata, appunto, sulla mancata comunicazione di avvio della stessa a tutte le sigle sindacali presenti nell’unità produttiva.
Con la decisione in commento la Corte ha precisato che ai fini degli effetti della procedura di mobilità, ai sensi e per gli effetti di cui alla legge n. 223/1991, la comunicazione può essere fatta anche solamente dalle RSU, con esclusione, quindi, delle sigle territoriali o di categoria.
Ciò anche nel caso in cui le citate rappresentanze sindacali unitarie appartengano ad una organizzazione sindacale irrilevante sul piano nazionale ma sia radicata in quel determinato contesto e sia firmataria di un accordo collettivo applicato all’unità produttiva di riferimento.
La consultazione delle RSU, secondo quanto precisato dagli Ermellini, non implica quella con tutte le sigle sindacali presenti all’interno dell’unità produttiva.
Da ciò ne consegue, quindi, la legittimità dei relativi licenziamenti.
Si legge testualmente nella sentenza che qui si commenta che “l’abrogazione referendaria della qualificazione, come nazionale o provinciale, dei contratti collettivi la cui stipulazione dà titolo alla costituzione delle r.s.a. ha portato ad un allargamento delle maglie selettive attraverso le quali misurare la legittimazione delle organizzazioni ad esercitare le loro prerogative nelle diverse unità produttive.
La validità di un tale assunto appare incontestabile se si osserva come attraverso l’abrogazione della lettera a) dell’art. 19 stat. lav. possa in astratto diminuirsi l’operatività a livello di singole unità produttive anche di organizzazioni sindacali che, pur maggiormente rappresentative sul piano nazionale, non risultino però firmatarie di contratti collettivi applicabili all’unità produttiva, e come di contro possano notevolmente ampliarsi nei luoghi di lavoro i poteri di organismi non collaudati sul piano storico e con seguito unicamente in un ristretto ambito territoriale.
La rappresentatività utile per l’acquisto dei diritti sindacali nell’azienda viene così ad essere condizionata unicamente da un dato empirico di effettività dell’azione sindacale concretizzantesi nella stipula di qualsiasi contratto collettivo (nazionale, provinciale o aziendale) applicato nell’unità produttiva.
Criterio questo che – come è doveroso ricordare in una ricostruzione storica delle diverse forme di “rappresentatività sindacale” -ha superato lo scrutinio di legittimità costituzionale (con riferimento agli artt. 3 e 39 Cost.) sul rilievo che “l’esigenza di oggettività del criterio legale di selezione comporta una interpretazione rigorosa della fattispecie dell’art. 19 tale da far coincidere il criterio con la capacità del sindacato di imporsi al datore di lavoro direttamente o attraverso la sua associazione, come controparte contrattuale”…”.

Tag: Lavoro, Licenziamento, Licenziamento Collettivo, Mobilità, Rappresentanza Sindacale, 


SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE LAVORO
Sentenza 25 settembre 2013, n. 21910


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