Guido Gentili - 

Nuove norme retroattive e soprattutto Garante "terzo"che sparisce definitivamente, visto che le sue funzioni saranno svolte dal presidente della Commissione tributaria regionale. Forse è arrivato il momento di mettere la parola fine su un'ipocrisia nazionale che dura dal luglio del 2000. Quella dello Statuto del contribuente, la legge n°212 che avrebbe dovuto rifondare i rapporti fiscali tra lo Stato e i cittadini. Una legge tradita centinaia di volte da governi e parlamenti di ogni colore inserendo la parola magica "deroga" e alla quale, tuttavia, si fa sempre riferimento. Ultimo il testo della delega per la riforma fiscale appena approvata (meritoriamente) dalla Camera e ora passata all'esame del Senato. I decreti legislativi, c'è scritto, sono adottati nel rispetto dei principi costituzionali (in particolare art. 3 e 53) nonché del diritto dell'Unione europea e di quelli dello Statuto dei diritti del contribuente. Rispetto, parola grossa. Non solo la Legge di stabilità del Governo Letta ri-prospetta nel campo delle detrazioni interventi riferiti al 2013 ma fa un altro passo – per così dire istituzionale- per svuotare lo Statuto. Non bastava che già dal gennaio 2012 la struttura del Garante del contribuente da organo collegiale di tre membri (così come previsto dalla legge fondativa del 2000) fosse diventato monocratico. Ora si affida direttamente l'incarico al presidente della commissione tributaria regionale. Lo si fa con l'intento di risparmiare una particella pulviscolare di una spesa pubblica corrente che vale centinaia di miliardi, ma la lesione è forte. E vale molto di più di questo risparmio infinitesimale. Previsto dall'articolo 13 dello Statuto del contribuente per assicurare l'attuazione sostanziale di tutti i principi generali della legge, l'ufficio del Garante (i cui membri, per lo più magistrati, professori universitari, avvocati, notai, erano scelti dal presidente della Commissione tributaria) avrebbe dovuto operare con propria autonomia e indipendenza funzionale e strutturale. Sulla carta aveva grandi poteri, sia in sede interpretativa e di tutela del contribuente sia come (massimo) organo di vigilanza e di controllo di legalità giuridica nelle verifiche ed ispezioni fiscali. In pratica le cose stavano già diversamente, perché il personale di segreteria e le risorse materiali facevano capo all'Agenzia delle Entrate, le cui sedi ospitavano il Garante mentre compensi e rimborsi erano fissati da un decreto del ministero delle Finanze (poi Economia). Ora il Garante diventa direttamente il presidente della Commissione tributaria regionale. Nel quadro di una giustizia tributaria dove alle Commissioni si rivolgono i contribuenti che, considerando illegittima una pretesa fiscale, ne chiedono l'annullamento o la modifica. Però i giudici tributari (nominati da un decreto della Presidenza della Repubblica su proposta del ministro dell'Economia, previa deliberazione del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria, ed è sempre il ministero a fissare i compensi) sono supportati dagli uffici di segreteria che dipendono dal ministero ed hanno sede negli stabili delle Entrate che emana gli accertamenti sui quali vagliano le Commissioni tributarie. Così è "finito", in barba alla legge che tredici anni fa l'aveva fatto nascere, il Garante: nel gorgo di un gigantesco conflitto d'interessi della giustizia tributaria. "Suona sicuramente come anomalo il collegamento tra giustizia tributaria e Ministero dell'Economia, parte sostanziale di ogni ricorso", ha detto a maggio scorso Gaetano Santamaria Amato, magistato presidente del Consiglio della giustizia tributaria, una sorta di Csm. "Il conflitto d'interessi deve essere posto e risolto non solo tra giustizia tributaria e ministero", ha rincarato Luigi Casero, viceministro dell'Economia. Intanto, il mitico Garante del contribuente, il difensore civico tributario, è diventato un altro, in fondo la "parte sostanziale di ogni ricorso". Ha ancora un senso lo Statuto?

Tag: Guido Gentili, Tax, Legge di stabilità, Garante del contribuente,


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