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Transfer pricing: brevi cenni.
di Massimiliano Giua
La tematica del transfer pricing1 assume un ruolo strategico per le società multinazionali ed
allo stesso tempo costituisce un aspetto di particolare criticità per le nazioni in cui le singole società
sono ubicate. Non è rara, infatti, la possibilità che, in’un ottica di riduzione del carico fiscale
worldwide dell’intero gruppo societario, l’imponibile venga concentrato nei paesi a più bassa
fiscalità (magari nei cd. "paradisi fiscali”).
Occorre subito chiarire che con il termine inglese transfer pricing si intende, nella comune
accezione economica, il controllo dei corrispettivi applicati alle operazioni commerciali e/o
finanziarie intercorse tra società collegate e/o controllate residenti in nazioni diverse, al fine di
verificare che non vi siano aggiustamenti “artificiali” di tali prezzi. Infatti, in estrema sintesi,
nell’ambito dei rapporti infragruppo può verificarsi la seguente procedure elusiva: la società X,
residente in una nazione ad alta pressione fiscale, acquista beni e/o servizi dalla consorella Y,
ubicata in un paese in cui vige un basso livello di tassazione. Allo scopo di concentrare il più
possibile l’utile nello stato a più bassa pressione fiscale, la società multinazionale potrà fissare un
prezzo di vendita dei beni e/o servizi della società Y molto elevato, in modo che il profitto si
concentri nel paese a bassa pressione fiscale e, nel contempo tale corrispettivo di riferimento non
lasci spazio ad alcun margine di ricavo ad X nell’ipotesi di rivendita di quanto acquistato.
Attraverso tale meccanismo, quindi, i prezzi delle transazioni infragruppo vengono
determinati sulla base di parametri di valutazione ancorati alle esigenze generali del gruppo
multinazionale dal punto di vista gestionale, organizzativo e tributario, anziché facendo riferimento
alle normali condizioni di mercato.
Immediata conseguenza di tutto ciò è il fatto che le amministrazioni fiscali dei vari paesi
pongono sempre maggiore attenzione al controllo delle operazioni tra soggetti non indipendenti,
allo scopo proprio di evitare elusive erosioni della base imponibile.
In ambito O.C.S.E. la vexata questio ha formato oggetto, come è noto, di diversi studi
approfonditi da parte del Comitato per gli Affari fiscali. Il Rapporto principale in materia risale
all’anno 1979 e in esso furono indicati i criteri base per la determinazione del valore normale delle
operazioni intercorse tra società appartenenti allo stesso gruppo, allo scopo di fornire soluzioni
idonee a ridurre i conflitti sia tra le amministrazioni fiscali sia tra quest’ultime e le imprese
multinazionali. Tale documento, tuttavia, in considerazione soprattutto del notevole aumento di tali
operazioni è stato rivisto ed integrato dall’OCSE nel 1984 e nel 1987, fino alla stesura, nel luglio
1995, del nuovo Rapporto dal titolo: “Transfer pricing guidelines for multinational enterprises and
tax administrations”. La prima parte di tale documento si compone di cinque capitoli: il capitolo I
definisce il principio dell'Arm's length quale strumento fondamentale per il raggiungimento di
valutazioni congrue; il capitolo II è dedicato ai cd. metodi tradizionali per la determinazione del
prezzo di trasferimento (traditional transaction methods), ossia quello del confronto del prezzo, del
prezzo di rivendita e del costo maggiorato; il capitolo III esamina "altri metodi" di valutazione
diversi da quelli precedentemente esaminati, cioè a dire quello di ripartizione dell’utile e quello del
margine netto della transazione; il capitolo IV prende in esame eventuali strumenti amministrativi e
normativi, ai quali si potrebbe far ricorso per prevenire e risolvere i conflitti (tra amministrazione
finanziaria e contribuenti ed anche tra le autorità fiscali dei diversi paesi) in materia di prezzi di
trasferimento. Particolare attenzione viene rivolta ai cd. Advance Pricing Agreeement (che
individuano la procedura amichevole) ed alla procedura arbitraria; il capitolo V tratta, infine, della
1 Per un approfondimento, sia consentito il rinvio a M.STRATA e M.GIUA, “Transfer price – analisi della disciplina
comunitaria dei prezzi di trasferimento”, edizioni C.S.T. Gruppo Euroconference SpA., 2003
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questione inerente la “documentazione”. Si sottolinea che, nel 1996, il rapporto si è arricchito di
ulteriori capitoli: il capitolo VI, che detta disposizioni per la valutazione delle transazioni aventi ad
oggetto beni immateriali; il capitolo VII, dedicato ai servizi infragruppo; il capitolo VIII, nel quale
viene analizzata la procedura dei cd. cost sharing agreement (accordi di ripartizione dei costi).
L’esame delle disposizioni contenute in tale documento assume notevole rilevanza per gli
operatori economici che hanno rapporti commerciali con imprese controllate e/o collegate estere, in
considerazione del fatto che il consiglio dell’OCSE ha raccomandato ai Governi degli Stati
contraenti di invitare le amministrazioni fiscali a tenere conto, nella determinazione del prezzo di
trasferimento delle cessioni di beni e prestazioni di servizi tra imprese associate, delle
considerazioni e dei metodi esposti nel Rapporto. Ciò allo scopo di evitare l’applicazione di
metodologie operative approssimative (e quindi poco incisive) nonché divergenti (e quindi idonee a
generare fenomeni di doppia imposizione sui redditi).
In ottemperanza a ciò, l’Amministrazione finanziaria italiana ha proceduto a recepire il
contenuto del Rapporto attraverso l’emanazione delle circolari nr. 32/9/2267 del 22 settembre 1980
e n. 42 del 12 dicembre 1981 (Ministero delle Finanze – Dir. Gen. Imposte). Tali circolari, pertanto,
unitamente alla normativa attualmente in vigore, con particolare riferimento agli articoli 9 e 76 del
D.P.R. n. 917 del 22 settembre 1986, costituiscono il punto di riferimento per la determinazione del
giusto prezzo di riferimento. Tuttavia, occorre considerare che il criterio cardine, per la valutazione
dei prezzi di trasferimento tra le imprese associate di un gruppo multinazionale, è costituito dal
principio di libera concorrenza, la cui enunciazione ufficiale è contenuta nel paragrafo 1
dell’articolo 9 del modello di convenzione fiscale OCSE, secondo il quale ““quando le condizioni
convenute o imposte tra le due imprese, nelle loro relazioni commerciali o finanziarie sono diverse
da quelle che sarebbero state convenute tra imprese indipendenti, gli utili che, in mancanza di tali
condizioni sarebbero stati realizzati da una delle imprese, ma che a causa di dette condizioni non lo
sono stati, possono essere inclusi negli utili di questa impresa e tassati di conseguenza””. Il
principio di libera concorrenza è fiscalmente posto in diretta correlazione con la definizione di
valore normale: infatti, ex articolo 9, 3° comma, del DPR nr. 917/86, ““per valore normale…si
intende il prezzo o corrispettivo mediamente praticato per i beni e i servizi della stessa specie o
similari, in condizioni di libera concorrenza e al medesimo stadio di commercializzazione, nel
tempo e nel luogo in cui i beni o servizi sono stati acquisiti o prestati, e, in mancanza, nel tempo
e nel luogo più prossimi. Per la determinazione del valore normale si fa riferimento, in quanto
possibile, ai listini o alle tariffe del soggetto che ha fornito i beni o i servizi e, in mancanza, alle
mercuriali e ai listini delle camere di commercio e alle tariffe professionali, tenendo conto degli
sconti d'uso…””. Tale concetto è ripreso anche dal comma 5 dell’art. 110 del D.P.R. 917/86, il
quale prevede che i componenti del reddito derivanti da operazioni con socie tà non residenti nel
territorio dello Stato che, direttamente od indirettamente, controllano l'impresa, ne sono controllate
o sono controllate dalla stessa società che controlla l'impresa sono valutati in base al valore normale
dei beni ceduti, dei servizi prestati e dei beni e servizi ricevuti, determinato a norma del comma 2,
se ne deriva aumento del reddito; la stessa disposizione si applica anche se ne deriva una
diminuzione del reddito, ma soltanto in esecuzione degli accordi conclusi con le autorità
competenti degli Stati esteri a seguito delle speciali procedure amichevoli previste dalle
Convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni sui redditi.
Le predette norme stabiliscono, quindi, l’irrilevanza, ai fini fiscali, dei valori concordati tra le
parti nell’ambito di transazioni “controllate” e l’inserimento automatico di valori legali (valore
normale o di libera concorrenza). Si precisa, tuttavia, che il legislatore nazionale ha attribuito
rilevanza fiscale segnatamente alle operazioni poste in essere da “gruppi societari”, limitandosi
però, expressis verbis ad annoverare nella portata legislativa le sole transazioni effettuate con
società non residenti nel territorio dello Stato con le quali sussista un rapporto di controllo diretto o
indiretto (è preclusa, pertanto, l’applicazione di tale normativa alle operazioni infragruppo poste in
essere fra imprese nazionali).
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Peraltro, in riferimento al criterio di valutazione previsto dall’articolo 110 del T.U.I.R., in
dottrina è molto discussa la natura della presunzione che opera in tale materia: infatti, secondi
alcuni autori, la valutazione in base al valore normale dei costi o dei ricavi dipendenti dalle
operazioni infragruppo con società estere è assistita da presunzione assoluta (iuris et de iure) che
non ammette prova contraria; secondo altri, invece, tale valutazione sarebbe supportata da una
presunzione “juris tantum”.
Prima di concludere, appare opportuno accennare al fatto che le eventuali rettifiche operate
dall’amministrazione finanziaria sui prezzi di trasferimento delle imprese associate possono
generare il cd. fenomeno della “doppia imposizione economica”, nel caso in cui i maggiori
componenti positivi di reddito accertati in un paese non siano riconosciuti quali maggiori
componenti negativi nello stato di residenza dell’impresa associata controparte della transazione.
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