PRIMO PIANO LA SETTIMANA FISCALE 
N. 19 15 maggio 2003 CFF – CFF

SOTTOCAPITALIZZAZIONE delle IMPRESE ITALIANE PROBLEMATICHE CREDITIZIE, SOCIETARIE e FISCALI di Giancarlo Cervino 

PREMESSA 

Il problema della quasi cronica sottocapitalizzazione di una larga maggioranza delle imprese italiane, soprattutto le Piccole e Medie Imprese (PMI), e cioè dell’assenza di un adeguato livello di capitale di rischio per il corretto svolgimento dell’attività imprenditoriale, rispetto all’indebitamento verso terzi, ha da lungo tempo suscitato un dibattito sull’utilizzo di questo strumento per abbattere il carico fiscale del reddito d’impresa. Infatti, la deducibilità degli interessi passivi in capo al soggetto finanziato è giustificata dall’intento di evitare la doppia imposizione del medesimo reddito in capo a due soggetti diversi, vista l’imponibilità degli stessi presso il soggetto finanziatore.

Quando però il livello di imposizione in capo a quest’ultimo è sostanzialmente più basso di quello che subirebbe l’erogante se non avesse possibilità di dedurlo, ecco che si apre uno spazio per eventuali abusi. Da quasi vent’anni, nei principali Paesi dell’Unione Europea, sono in vigore delle normative tese ad evitare la sottocapitalizzazione delle imprese (cosiddette «thin capitalization rules») che, recentemente, sono state messe in discussione dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee perché ostacolano la libera circolazione dei capitali all’interno dell’Unione Europea (Sentenza del 12.12.2002 nella causa C-324/ 00, Lankhorst-Hohorst Gmbh vs Finanzamt Steinfurt. Si veda «La Settimana Fiscale», n° 2/2003 a pag. 30).

Ma la sottocapitalizzazione non incide soltanto sulla struttura fiscale delle aziende, ma soprattutto sulla capacità di trovare dei capitali di debito presso gli istituti di credito e le altre istituzioni finanziarie. Soprattutto per le imprese più grandi che non sempre possono ricorrere all’autofinanziamento per sopperire importanti fabbisogni di cassa e l’imprenditore non ha la capacità patrimoniale di fornire adeguate garanzie.

Questa situazione è destinata ad aggravarsi, in seguito alla prossima entrata in vigore a livello comunitario ed internazionale delle nuove regolamentazioni per l’erogazione del credito da parte del sistema creditizio che prendono origine dagli accordi internazionali cosiddetti «Basilea 2» del Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria presso la Banca dei Regolamenti Internazionali (nel seguito B.R.I.).

La B.R.I. La B.R.I., con sede a Basilea in Svizzera, è la più antica istituzione finanziaria internazionale ed è ancora oggi il principale centro di coordinamento della cooperazione bancaria internazionale. La fondazione risale al 1930 nel contesto del Piano Young che doveva gestire il pagamento da parte della Germania dei danni provocati durante la Prima Guerra Mondiale, imposto dal Trattato di Versailles. Oltre a questo, aveva il compito di favorire la cooperazione fra le varie Banche Centrali ed altre agenzie specializzate nel perseguimento degli obiettivi di una stabilità monetaria e finanziaria mondiale.

Altro compito è quello di gestire delle operazioni bancarie tradizionali quali la gestione delle riserve auree per conto delle Banche Centrali e di altre organizzazioni internazionali. La B.R.I. ha inoltre contribuito alla realizzazione degli accordi monetari che hanno portato alla creazione del Sistema Monetario Europeo (SME) che ha preceduto la creazione dell’Euro. Talvolta la B.R.I. ha anche organizzato delle operazioni di finanza straordinaria di emergenza per sostenere il sistema monetario in caso di necessità, per esempio durante la crisi finanziaria del 1930-31 o della Lira Italiana nel 1964 e del Franco Francese nel 1968.

Al suo interno vi sono degli organismi di ricerca che per il tramite di vari comitati formulano delle raccomandazioni alla comunità internazionale al fine di rafforzare il sistema finanziario internazionale. Uno di questi comitati (forse il più famoso) è il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria che, nel 1988 (Pubblicazione del Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria n. 4 del luglio 1988 dal titolo «Convergenza internazionale della misurazione del capitale e dei coefficienti patrimoniali minimi»), ha formulato delle raccomandazioni su un rapporto di capitalizzazione ponderato ai rischi di erogazione del credito per le banche operative sui circuiti internazionali che, pur non avendo alcuna forza legale diretta, è stato adottato (in varie tappe entro la scadenza raccomandata di fine 1992) dalle Banche Centrali e dalle normative interne dei primi 10 Paesi industrializzati e di altri 90 Stati, ed è diventato uno standard internazionale.

Gli ACCORDI «BASILEA 2» Per tenere conto dell’evoluzione e della sofisticazione del mercato bancario e finanziario internazionale, è stato elaborato, dopo un decennio di consultazioni, un secondo documento che contiene le linee della nuova regolamentazione basata su tre pilastri:
a) requisiti patrimoniali minimi per il rischio di mercato, di credito e operativo, che cercano di migliorare i metodi di calcolo definiti nel precedente accordo;
b) controllo prudenziale dell’adeguatezza patrimoniale di un istituto di credito e dei suoi processi di controllo interno;
c) efficace impiego della disciplina di mercato bancario attraverso una trasparenza delle istituzioni che incoraggi delle pratiche bancarie corrette.

Tre delle principali innovazioni consistono:
1) nella creazione di una nuova curva di ponderazione del rischio che sia più sensibile alla rischiosità di certi crediti rotativi al cliente finale come pure all’esposizione sulle carte di credito;
2) nell’applicazione del nuovo metodo anche ai crediti già in essere e non ancora scaduti per determinare il giusto livello di capitalizzazione (ma le singole Autorità nazionali possono concedere delle deroghe agli operatori più piccoli);
3) in una nuova metodologia per trattare l’esposizione verso le PMI (definite come le entità con un fatturato annuo inferiore ai 50 milioni di Euro).

L’accordo dovrebbe essere finalizzato nel corso del 2003 e prevede un periodo transitorio di tre anni, per l’applicazione definitiva prevista a partire dal gennaio 2007. L’accordo dovrebbe in linea di principio applicarsi solo alle banche con un’attività internazionale rilevante, ma non è escluso che possa essere applicato anche a quelle più piccole, soprattutto se appartenenti ad un gruppo bancario di rilevanti dimensioni.

Le conseguenze pratiche per le banche saranno, nel breve periodo, quelle di un aumento dei costi dovuto all’adeguamento delle strutture necessario alla implementazione delle nuove procedure previste e delle consistenze patrimoniali per poter erogare il credito.

In alcuni casi, la valutazione del rischio dovrà anche tenere conto di fattori mai considerati prima quali per esempio i «rischi legali». Se, per esempio, il recupero di un credito garantito da ipoteca di primo grado (quindi una delle maggiori forme di garanzia) richiede in un certo contesto geografico e giuridico dei tempi notevolmente lunghi, è possibile che questo tipo di credito richieda degli adeguamenti patrimoniali più importanti e quindi più gravosi per la banca.

Questo è tanto più vero quanto alcuni banchieri statunitensi affermano già che l’accordo deve essere rivisto perché rischia di essere troppo oneroso per le banche (soprattutto le più piccole) e la Federal Reserve americana ha già detto che applicherà il provvedimento alle banche internazionalmente attive, ma sembra che utilizzerà dei criteri definitori molto restrittivi.

Si potrebbe quindi creare la situazione paradossale che alcune grandi banche americane possano erogare, anche in Europa, il credito a delle condizioni più vantaggiose di alcune piccole banche locali europee sottoposte invece alla nuova regolamentazione.

CONSEGUENZE per le PMI Le conseguenze per le PMI, soprattutto italiane, potrebbero essere pesanti se le banche decidessero di fatto di ridurre la quantità di credito erogabile, anche in considerazione del fatto che nel nuovo accordo è prevista una soglia massima di esposizione verso una singola PMI di 1 milione di Euro oltre la quale si devono applicare dei parametri più rigorosi di patrimonializzazione (l’importo è francamente modesto anche per una piccola azienda).

Come conseguenza pratica, le grandi banche italiane potrebbero trasferire una quota del mercato del credito verso le banche regionali e locali più piccole, ammesso che non siano sottoposte anch’esse a questa regolamentazione e che possano soddisfare la domanda.

Questo nuovo accordo, dovrebbe quindi dare un impulso alla capitalizzazione delle PMI ed al rafforzamento della loro posizione di mercato in modo da ottenere un maggior rating da parte delle banche erogatrici di credito. Non è escluso che ciò avvii un processo di fusioni o acquisizioni tale da far sparire le entità più piccole e bisognose di credito al dettaglio.

Una seconda spinta alla capitalizzazione verrebbe anche dalla riforma fiscale italiana la cui Legge delega è stata definitivamente approvata il 26.3.2003 (si veda La Settimana Fiscale, Allegato al n. 15/2003). Infatti, mentre attualmente le due principali norme che tendono ad ostacolare la sottocapitalizzazione delle imprese sono contenute, la prima, nell’art. 7 del D.L. 20.6.1996, n. 323 convertito, con modificazioni, con L. 8.8.1996, n. 425 [CFF 6905], che impone un prelievo aggiuntivo del 20% (in aggiunta agli altri eventualmente previsti) sui proventi maturati su depositi di denaro, di valori mobiliari e di altri titoli diversi dalle azioni e da titoli similari, a garanzia di finanziamenti concessi ad imprese residenti, effettuati fuori dall’esercizio di attività produttive di reddito d’impresa da parte di:
a) persone fisiche;
b) società semplici ed equiparate (art. 5, D.P.R. 22.12.1986, n. 917 [CFF 5105]);
c) enti non commerciali;
d) soggetti non residenti senza stabile organizzazione nel territorio dello Stato.

La seconda invece riguardava il metodo di calcolo della base imponibile ai fini IRAP (D.Lgs. 15.12.1997, n. 466 [CFF 6089] coordinato con modifiche dal D.Lgs. 16.12.1997 e Legge Finanziaria 1998 del 18.12.1997 e successive modificazioni), da cui vengono esclusi, per alcune categorie di contribuenti, gli interessi passivi su crediti.

La nuova riforma prevede invece all’art. 4, co. 1, lett. g, un limite alla deducibilità degli oneri passivi generati da finanziamenti concessi o garantiti dal socio e parti correlate (ai sensi dell’art. 2359 c.c.) che possiedano più del 10% del capitale, in maniera diretta o indiretta, a meno che questi oneri finanziari non confluiscano in un reddito imponibile ai fini dell’imposta sul reddito o sul reddito delle società. Se viene superato tale rapporto, l’impresa debitrice ha l’onere della prova di dimostrare che l’eccedenza deriva da una propria capacità di credito e non da quella del socio, altrimenti non potrà dedurli dal reddito d’impresa e questi oneri saranno assimilati a distribuzione di utili. Sarà interessante verificare se il legislatore nei decreti attuativi, in presenza di tali situazioni, si limiti soltanto a prevedere l’indeducibilità degli oneri finanziari passivi o richieda altresì, sulla scorta di quanto avviene in altri Paesi europei, un aumento di capitale o una conversione del debito che ripristini il rapporto minimo di capitalizzazione.

È certo che per l’impresa diventerà sempre più difficile dimostrare una capacità di credito propria se le banche eroganti, in applicazione degli standard summenzionati previsti dai nuovi accordi di Basilea, cominciano a valutare queste imprese non soltanto sulla base dei valori patrimoniali e di bilancio, ma anche sulla loro esposizione a rischi esterni di altra natura (per esempio una PMI localizzata in una zona ad alto rischio criminogeno è sicuramente più esposta e quindi richiederà alla banca, che volesse comunque erogare il credito, dei requisiti patrimoniali più onerosi).

Se poi a tutto ciò si aggiunge una situazione economica di crisi o di stagnazione, ecco che la combinazione dei due fattori lascerebbe ben poche alternative alla PMI se non quelle dell’autofinanziamento e della capitalizzazione forzata da parte della compagine proprietaria (il più delle volte di carattere familiare), vedendo di fatto negato l’accesso a qualsiasi tipo di credito e non potendo certamente prevedere un accesso al mercato dei capitali, per esempio, tramite una quotazione in una Borsa Valori.
 
Top