Cessione di prodotti agricoli e agroalimentari
(o alimentari ?): ancora un indefinito movimento
Ferdinando Albisinni
1.- Premessa
L’art. 62 del d.l. 24 gennaio 2012 n.1 ha introdotto una “Disciplina delle relazioni commerciali in materia di cessione di prodotti agricoli e agroalimentari”, secondo quanto recita la rubrica dell’articolo.
L’articolo comprende 12 commi1, che disciplinano i contratti in materia, con esclusione di quelli conclusi con il consumatore finale.
Il recente intervento del legislatore nazionale si colloca nell’ambito dell’ormai risalente e largamente diffusa prospettiva di regolazione e controllo delle attività e delle relazioni di impresa, muovendo dal presupposto dell’inadeguatezza dell’approccio tradizionale basato sulla “privity of contract”2, ed a questo sostituendo un modello di penetrante conformazione e di valutazione delle scelte, per coerenza a parametri vincolanti assunti come capisaldi fondanti del mercato.
Le nuove disposizioni, oggetto di attenzione anche sotto il profilo dell’analisi giuridica3, oltre che sotto quello dell’analisi economica4, non sono intervenute nel vuoto normativo, ma si collocano in un affollato panorama di precedenti interventi nazionale, più volte sollecitato ad innovare nella
(1) Agli 11 commi previsti dal testo originale del decreto legge n. 1-2012, è stato aggiunto il comma 11-bis dalla legge di conversione 24 marzo 2012, n.27.
(2) V., per tutti, G. Gorla, Il contratto, Milano, Giuffré ed., 1955; P. Atiyah, The Rise and Fall of Freedom of Contract, Clarendon Press, 1979.
(3) V. A. Germanò, Sul contratto di cessione di prodotti agricoli e alimentari, in Dir.giur.agr.alim.amb., 2012, n.6, p.379; A. Artom, Disciplina delle relazioni commerciali in materia di cessione di prodotti agricoli e agroalimentari, in q. Riv., www.rivistadirittoalimentare.it, n. 2-2012, 42.
(4) V., per una prima analisi in prospettiva economica, A. Frascarelli, Gli effetti diretti sul settore agroalimentare degli interventi per la stabilizzazione, lo sviluppo e il mercato del lavoro, in F. De Filippis (a cura di), Crisi economica e manovra di stabilizzazione. Quali effetti per l’agroalimentare?, Quaderni del Gruppo 2013, Roma, Ed. Tellus, 85.
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regolazione e conformazione delle relazioni commerciali, in generale in tema di forniture di beni e servizi e di rapporti con la Grande Distribuzione Organizzata, e specificamente in tema di prodotti agricoli, agroalimentari ed alimentari.
Per comprendere e valutare contenuti ed effetti delle nuove disposizioni occorre pertanto leggerle non per sé sole, ma collocandole all’interno della disciplina già esistente.
Le vigenti norme di maggior rilievo, nazionali ed europee, che possono essere richiamate a tal fine, sono, in ordine cronologico:
i)
la Legge 10 ottobre 1990, n. 287, Norme per la tutela della concorrenza e del mercato;
ii)
la Legge 18 giugno 1998, n. 192, Disciplina della subfornitura nelle attività produttive;
iii)
la Direttiva 29 giugno 2000, n. 2000/35/CE, Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali;
iv)
il Decreto legislativo 9 ottobre 2002, n. 231, Attuazione della Direttiva del 2000 sopracitata;
v)
Il D.M. del Ministro delle Attività produttive 13 maggio 2003, di attuazione dell’art.2 del decreto legislativo 231/2002, sopracitato;
vi)
la Direttiva 16 febbraio 2011, n. 2011/7/UE, Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali;
vii)
la Legge 11 novembre 2011, n.180, Norme per la tutela della libertà di impresa. Statuto delle imprese.
2.- Oggetto ed area applicativa della disciplina
2.a) L’oggetto della disciplina introdotta dall’art. 62 è riferito nella rubrica dell’articolo alla “cessione di prodotti agricoli e agroalimentari”, mentre il primo comma (variamente richiamato nei commi successivi) detta disposizioni in materia di “cessione di prodotti agricoli e alimentari”.
La differenza terminologica non è di poco conto, e non esprime soltanto una disattenzione dei redattori del decreto legge e dei parlamentari che hanno approvato la conversione in legge, ma investe la stessa perimetrazione dell’area oggetto dell’intervento disciplinare, atteso che - sotto il profilo giuridico - le espressioni “prodotti agroalimentari” e “prodotti alimentari” non hanno identico contenuto e dunque non identificano i medesimi prodotti, ma categorie di prodotti distintamente
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caratterizzati e disciplinati.
Giova in proposito ricordare che, ai sensi dell’art. 33 del Decr. Leg.vo 30 luglio 1999, n.3005 sull’organizzazione del governo, testo vigente6, il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, non ha in ipotesi competenza generale in materia di commercializzazione di prodotti alimentari tout court, ma ha competenza specifica in materia di “trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli ed agroalimentari come definiti dal paragrafo 1 dell’articolo 32 del trattato che istituisce la Comunità europea, come modificato dal trattato di Amsterdam”7.
Come è noto, l’art. 32, par.18, del TCE come modificato dal Trattato di Amsterdam, precisa che “Per prodotti agricoli si intendono i prodotti del suolo, dell’allevamento e della pesca, come pure i prodotti di prima trasformazione che sono in diretta connessione con tali prodotti”. I prodotti agroalimentari sono dunque definiti nel nostro ordinamento attraverso l’esplicito rinvio ai prodotti di prima trasformazione di cui all’art. 32 del TCE9.
Per converso, ai sensi del medesimo Decr. Leg.vo 30 luglio 1999, n. 300, sopracitato, è attribuita al Ministero delle Attività produttive, oggi Ministero dello Sviluppo Economico10, la competenza sui prodotti agro-industriali, con espressa eccezione dei prodotti agricoli e di prima trasformazione per i quali la competenza è attribuita al Mipaaf.
Sicché, mentre la rubrica dell’art. 62 qui in commento limita esplicitamente la propria area di incidenza ai prodotti agricoli ed agroalimentari, e dunque ai prodotti attribuiti alla competenza del Mipaaf, per i quali è legislativamente definita l’immediata relazione con la fase primaria della produzione (prodotti di prima trasformazione), il comma 1 dell’art.62 richiama in senso assai più ampio i prodotti agricoli ed o anche prodotti industriali, che non rientrano nella trasformazione e che si collocano al di fuori dell’area di
(5) Riforma dell’organizzazione del Governo, a norma dell’articolo 11 della L. 15 marzo 1997, n.59.
(6) Quale modificato dall’art. 6-bis del D.L. 12 giugno 2001, n. 217, convertito con modificazioni dall'art. 1 della L. 3 agosto 2001, n. 317, e dal D.L. 18 maggio 2006, n, 181, Disposizioni urgenti in materia di riordino delle attribuzioni della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dei Ministeri, convertito con modificazioni, dall'art. 1 della L. 17 luglio 2006, n. 233.
(7) Così l’art. 33, comma 3, lett. c) del citato Decr. Leg.vo 30 luglio 1999 n.300.
(8) V. oggi, con identico contenuto testuale, l’art. 38 TFUE.
(9) Per ulteriori indicazioni e riferimenti in punto sia consentito rinviare a F. Albisinni, Sistema agroalimentare, in Digesto Discipline privatistiche, Aggiornamento, Torino, Utet, 2009, 479-500.
(10) Ai sensi dell’art. 1, comma 12, del D.L. 18 maggio 2006, n. 181, cit.
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attività propria del settore primario.
Come è stato più volte confermato dalla giurisprudenza, la formula utilizzata nella rubrica di una disposizione legislativa non ha carattere soltanto orientativo, ma riveste un preciso contenuto precettivo, tant’è che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima una disposizione di legge che aveva per proprio contenuto la modica della rubrica di una precedente disposizione11, e che la Corte di legittimità, ad esempio in materia di prodotti alimentari, nel determinare natura ed oggetto di una disposizione contenuta nel D.P.R. 26 marzo 1980, n.32712 ha espressamente richiamato la rubrica di una disposizione per individuare il Giudice competente a decidere sull’opposizione alle relative sanzioni13, e nell’individuare le disposizioni applicabili alla preparazione di bevande analcoliche ex D.L. 25 gennaio 1992, n. 10514 ha utilizzato la rubrica della norma al fine di individuare il contenuto della disposizione regolatrice15, e parimenti ha fatto espresso riferimento alla rubrica dell’art. 184 bis c.p.c. per determinarne l’ambito applicativo nel processo civile16 ed alla rubrica del capo in cui è contenuto l’art. 309 c.p.p. per determinarne l’ambito applicativo nel processo penale17, così come ha utilizzato la rubrica di disposizioni in materia di pesca18, di sgravi contributivi19, o di prevenzione infortuni20, per zione delle norme relative.
(11) V. Corte cost. 23 novembre 2007, n. 387, che ha dichiarato incostituzionale la norma introdotta dall’art.4-quinquiesdecies del D.L 30 dicembre 2005 n. 272, nel testo integrato dalla legge di conversione 21 febbraio 2006 n. 49, “nella parte in cui definisce la rubrica dell’art. 116 d.p.r. 9 ottobre 1990 n. 309, utilizzando la formula «livelli essenziali relativi alla libertà di scelta dell’utente e ai requisiti per l’autorizzazione delle strutture private», anziché «libertà di scelta dell’utente e requisiti per l’autorizzazione delle strutture private»”.
(12) Regolamento di esecuzione della L. 30 aprile 1962, n. 283, e successive modificazioni, in materia di disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande.
(13) V. Cass. civ., sez. II, 14 gennaio 2009, n.753.
(14) Attuazione della direttiva 80/777/CEE relativa alla utilizzazione e alla commercializzazione delle acque minerali naturali.
(15) V. Cass. civ., sez. I, 8 aprile 1998, n. 3654.
(16) V. Cass. civ., sez. III, 14 marzo 2006, n. 5474.
(17) V. Cass. pen., sez. IV, 5 luglio 2002.
(18) V. Cass. civ., sez. I, 17 settembre 2003, n. 13661.
(19) V. Cass. civ., sez. lav., 7 aprile 2010, n. 8257.
(20) V. Cass. pen., sez. III, 23 novembre 2001.
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Possiamo ipotizzare che prevarrà, nella pratica interpretativa ed applicativa, una lettura che privilegia il testo contenuto nel primo comma dell’art. 62 (con quanto ne segue in ragione dei richiami operati nei commi successivi), esteso a comprendere prodotti agricoli ed alimentari tout court, anziché ristretto ai soli prodotti agroalimentari in senso proprio quali menzionati nella rubrica. Del resto – come sarà chiarito innanzi – novità rilevanti sono state introdotte dalla disposizione in commento proprio con riferimento ai prodotti alimentari prescindenti dalla loro componente agricola.
E tuttavia la diversità nei contenuti e nell’ambito definitorio, fra l’espressione utilizzata in rubrica e quella utilizzata nel testo, rimane e non contribuisce alla chiarezza della nuova disciplina, potendo dare origine a confliggenti posizioni fra i protagonisti del mercato, tenuto conto anche dei rilevanti esiti economici che potrebbero derivare dall’adozione dell’una o dell’altra soluzione.
2.b) Una seconda – e per certi versi ancor più rilevante e complessa – incertezza quanto all’area di applicazione della nuova disciplina deriva dal testo del primo comma dell’art. 62, lì ove le disposizioni non sono riferite in ipotesi a tutti i contratti relativi ai prodotti agricoli e alimentari, ma ai soli “contratti che hanno ad oggetto la cessione dei prodotti agricoli ed alimentari”.
Il riferimento alla cessione sembra escludere i contratti di coltivazione e di allevamento nei quali l’elemento fondamentale è il fare e non il cedere. Eppure si tratta di contratti che negli ultimi anni hanno conosciuto rinnovata diffusione, anche in forme originali, e che per loro natura pongono delicati problemi di bilanciamento, attesa la ben diversa forza negoziale dei contraenti e la condizione di soggezione in cui all’interno di tali contratti di coltivazione o di allevamento abitualmente si trova la parte agricola. Basti pensare in proposito all’utilizzo della soccida (art. 2710 c.c. ss.) e di altri contratti associativi nell’ambito della filiera produttiva del pollame; utilizzo che in altri ordinamenti è stato oggetto di ripetuti interventi legislativi e dell’attenzione della giurisprudenza e delle organizzazioni professionali21.
La legge sulla subfornitura del 2008, soprarichiamata, è risultata nei fatti inadeguata a coprire in modo soddisfacente queste nuove forme organizzative. L’art. 62 sarebbe stata un’occasione per adeguare la complessiva disciplina dei contratti della filiera agro-alimentare, ivi inclusi quelli legati ad un’attività prima ancora che ai occasione non sembra che sia stata apprezzata ed
(21) Come ha osservato, richiamando le esperienze statunitensi in materia, A. Jannarelli, Profili giuridici del sistema agroalimentare tra ascesa e crisi della globalizzazione, Bari, Cacucci, 2011.
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2.c) La struttura delle disposizioni contenute nei comma 1 e 2 dell’art. 62 sembra fare riferimento soprattutto agli accordi normativi in tema di cessione, vale a dire agli accordi che non prevedono il contestuale trasferimento di proprietà (avendo, fra l’altro, spesso per oggetto merci non ancora prodotte o non ancora nella disponibilità del venditore), ma che variamente disciplinano una pluralità di attività protratte nel tempo (c.d. “contratti ad effetti obbligatori”).
In riferimento a tali fattispecie si comprende la prescrizione della forma scritta e l’obbligo di indicare a pena di nullità, la durata, quantità e caratteristiche del prodotto venduto, le modalità di consegna e di pagamento, e di rispettare i principi di trasparenza, correttezza, proporzionalità e reciproca corrispettività delle prestazioni22, trattandosi di aspetti regolatori che in vario modo incidono nel definire il quadro di obbligazioni, che ciascuna parte è chiamata a rispettare in una prospettiva di relazioni commerciali protratte nel tempo.
La lettera delle nuove disposizioni ne comporta però l’applicazione a tutti i contratti di cessione, anche a quelli con contestuale trasferimento di proprietà (c.d. “contratti ad effetti reali”) e addirittura anche ai contratti nei quali trasferimento di proprietà e consegna sono contestuali (tant’è che questi ultimi contratti, abituali nell’esperienza delle nostre campagne, assumono caratteri che rimandano alla struttura dei c.d. “contratti reali”, pur non rientrando formalmente all’interno di questa categoria23), laddove per questi contratti gli elementi relativi all’oggetto ed al corrispettivo sono per loro natura di ben più semplice definizione e non richiedono necessariamente forme complesse, risultando in larga misura definiti nei fatti attraverso la contestualità dei comportamenti corrispettivi.
L’estensione della disciplina introdotta dal comma 1 dell’art. 62 anche ai contratti di vendita con contestuale consegna e trasferimento di proprietà rischia di determinare conseguenze paradossali sul piano applicativo, con una possibile penalizzazione proprio dei produttori agricoli, che la norma avrebbe inteso tutelare secondo le dichiarazioni rese in sede politica nei giorni successivi alla presentazione e conversione del decreto legge n.1-2012.
La sanzione di nullità del contratto in mancanza del rispetto dei tassativi requisiti di zione espressa delle clausole prescritte ex lege rischia
(22) V. il comma 1 dell’art. 62 in commento.
(23) Atteso che la categoria dei “contratti reali” in senso proprio comprende i soli contratti che non si perfezionano con il solo consenso, ma richiedono anche la materiale consegna della cosa (“re perficitur obligatio”), quali il mutuo, il comodato, il deposito, il pegno, il riporto.
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infatti di penalizzare il venditore incolpevole, il quale abbia consegnato la merce senza preoccuparsi di formalizzare la vendita in un atto scritto, confidando nel successivo pagamento da parte dell’acquirente, sulla base di rapporti fiduciari largamente diffusi nel settore primario.
3.- La sanzione di nullità
L’art. 62, comma 1, sanziona con la nullità, rilevabile d’ufficio dal Giudice, la mancata indicazione di alcuni elementi del negozio qualificati essenziali ex lege (durata, quantità e caratteristiche del prodotto venduto, prezzo e modalità di consegna e pagamento), nonché la mancanza della forma scritta, secondo quanto deve ritenersi ex art. 1350 cod.civ. essendo la forma scritta prevista “obbligatoriamente”.
Si tratta di nullità assoluta, che può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse24, e pertanto anche da parte di chi abbia materialmente ritirato la merce senza pagarla e senza sottoscrivere un contratto scritto di vendita o comunque senza sottoscrivere un atto contenente tutti gli elementi sopra elencati, e non in ipotesi di nullità relativa, quale quella prevista dall’art. 36, comma 3, del Codice del Consumo25, che nello stabilire la nullità di clausole vessatorie che possono pregiudicare il consumatore, dispone che “La nullità opera soltanto a vantaggio del consumatore”.
Con specifico riferimento ai rapporti fra imprese, va ricordato che anche la legge del 1998 in tema di subfornitura nelle attività produttive26, prevede la nullità del contratto di subfornitura non stipulato per iscritto, ma precisa: “In caso di nullità ai sensi del presente comma, il subfornitore ha comunque diritto al pagamento delle prestazioni già effettuate ed al risarcimento delle spese sostenute in buona fede ai fini dell’esecuzione del contratto”27.
In assenza nell’art.62 qui in commento di disposizioni analoghe a quelle del Codice del Consumo o della Legge sulla subfornitura soprarichiamate, l’agricoltore che od il grano in campo senza stipulare un contratto scritto ndo le prescrizioni soprarichiamate, e per una qualunque
(24) Ex art. 1421 cod.civ.
(25) Decr. Leg.vo 6 settembre 2005, n.206.
(26) V. supra.
(27) Così l’art. 2, comma 1, ultimo periodo, della Legge 18 giugno 1998, n. 192, cit.
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ragione non riceva il pagamento nello stesso momento, si trova esposto al rischio di un’eccezione di nullità formulata dall’acquirente inadempiente; eccezione che precluderebbe qualunque azione contrattuale od ingiunzione all’agricoltore, costringendolo alla via impervia, lunga e costosa, di un’azione per arricchimento senza titolo, con la quale l’agricoltore venditore potrebbe richiedere non il prezzo oralmente convenuto ma soltanto il minor importo fra il danno emergente (con esclusione del profitto sperato) e l’arricchimento patrimoniale effettivamente conseguito dall’acquirente28.
Lo stesso agricoltore si troverebbe poi esposto alla sanzione pecuniaria di cui al comma 5 dell’art. 62, con un effetto paradosso evidente, atteso che la sanzione verrebbe irrogata anche al contraente che la nuova disciplina vorrebbe sostenere nel conflitto con protagonisti dotati di ben maggiore forza negoziale ed economica.
Si aggiunga che la norma introdotta dal primo comma dell’art.62 non precisa quali siano i presupposti per aversi forma scritta, e se tale requisito si realizzi anche nell’ipotesi di esecuzione conforme alla proposta scritta, ai sensi dell’art. 1327 cod. civ. Anche in questo caso la legge sulla subfornitura del 1998 aveva disciplinato in modo compiuto la fattispecie, prevedendo: “Nel caso di proposta inviata dal committente secondo le modalità indicate nel comma 1, non seguita da accettazione scritta del subfornitore che tuttavia inizia le lavorazioni o le forniture, senza che abbia richiesto la modificazione di alcuno dei suoi elementi, il contratto si considera concluso per iscritto agli effetti della presente legge e ad esso si applicano le condizioni indicate nella proposta, ferma restando l'applicazione dell'articolo 1341 del codice civile.”29.
Parimenti, l’art. 62 non precisa se in ipotesi la fattura per il prodotto consegnato in campo, ove contenente gli elementi fissati dal primo comma (prezzo, quantità, caratteristiche del prodotto, modalità di consegna e pagamento), possa valere quale contratto scritto; né considera il caso dei produttori agricoli minimi di cui all’art. 34 comma 6 del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 63330, esonerati dall’obbligo di emissione di fattura e per i quali l’obbligo di emettere fattura grava sui cessionari.
Sarà dunque opportuno che il decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, previsto dal comma 11-bis dell’art. 62, consideri partitamente queste fattispecie, quanto meno per chiarire cosa intendere per forma scritta.
(28) Ex art. 2041 cod.civ.; cfr., fra le tante, Cass. civ., 27 ottobre 1981, n. 5616.
(29) Così l’art.2, comma 2, della Legge 18 giugno 1998, n. 192, cit.
(30) Istituzione e disciplina dell’imposta sul valore aggiunto.
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4.- La tipizzazione degli abusi
Il comma 2 dell’art. 62, vieta “Nelle relazioni commerciali tra operatori economici, ivi compresi i contratti che hanno ad oggetto la cessione dei beni di cui al comma 1” una serie di comportamenti, che nel loro insieme rinviano essere ricondotti alle risalenti nozioni di illeciti commerciali collocati nell’ambito dell’ “abuso di posizione dominante” di cui alla disciplina della concorrenza, e dell’ “abuso di dipendenza economica” di cui alla disciplina sulla subfornitura.
La disposizione infatti riprende in larga misura le prescrizioni generali introdotte nel 1990 dalla legge n. 287 per la tutela della concorrenza e del mercato31, e nel 1998 dalla legge n. 192 sulla subfornitura32.
L’identificazione delle concrete fattispecie di illecito può essere dunque agevolata solidatesi in giurisprudenza e nelle prassi amministrative
(31) Recita l’art. 3 della Legge 10 ottobre 1990, n. 287, cit: “3. Abuso di posizione dominante. 1. È vietato l'abuso da parte di una o più imprese di una posizione dominante all'interno del mercato nazionale o in una sua parte rilevante, ed inoltre è vietato: a) imporre direttamente o indirettamente prezzi di acquisto, di vendita o altre condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose; b) impedire o limitare la produzione, gli sbocchi o gli accessi al mercato, lo sviluppo tecnico o il progresso tecnologico, a danno dei consumatori; c) applicare nei rapporti commerciali con altri contraenti condizioni oggettivamente diverse per prestazioni equivalenti, così da determinare per essi ingiustificati svantaggi nella concorrenza; d) subordinare la conclusione dei contratti all'accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari che, per loro natura e secondo gli usi commerciali, non abbiano alcuna connessione con l'oggetto dei contratti stessi.”. In argomento, per un’analisi generale e per ulteriori riferimenti v. V. Meli (a cura di), Commentario con M.R. Maugeri – G. Figà Talamanca – V. Meli, Modifiche alla disciplina dell’abuso di dipendenza economica e agli art. 8 (imprese pubbliche e in monopolio legale) e 15 (diffide e sanzioni) della legge antitrust, in Nuove leggi civ.comm., 2001, 1061.
(32) Dispone l’art.9 della Legge 18 giugno 1998, n. 192, cit.: “9. Abuso di dipendenza economica. 1. È vietato l'abuso da parte di una o più imprese dello stato di dipendenza economica nel quale si trova, nei suoi o nei loro riguardi, una impresa cliente o fornitrice. Si considera dipendenza economica la situazione in cui una impresa sia in grado di determinare, nei rapporti commerciali con un'altra impresa, un eccessivo squilibrio di diritti e di obblighi. La dipendenza economica è valutata tenendo conto anche della reale possibilità per la parte che abbia subìto l'abuso di reperire sul mercato alternative soddisfacenti. 2. L'abuso può anche consistere nel rifiuto di vendere o nel rifiuto di comprare, nella imposizione di condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose o discriminatorie, nella interruzione arbitraria delle relazioni commerciali in atto. …”. In argomento v. N. Lipari (a cura di), Commentario con C. Barbieri – G. Ceridono – G. Chiné – V. Cuffaro – P.M. Putti – G. Sacchi Lodispoto – M. Schininá – M.P. Suppa – F.D. Toniato, Disciplina della subfornitura nelle attività produttive (commento alla l. 18 giugno 1998 n. 192), in Nuove leggi civ.comm., 2000, 365
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in sede di applicazione della risalente legislazione soprarichiamata, salvo che per il richiamo, per certi versi singolare e di non agevole interpretazione, a “condizioni extracontrattuali” oltre che a “condizioni contrattuali”33. Con tale espressione il legislatore intende probabilmente riferirsi a condizioni, il cui contenuto non è materialmente contenuto nel documento che regola la vendita o fornitura, ed è piuttosto contenuto in altra documentazione accessoria ed integrativa (quali, ad es., scambio di corrispondenza commerciale, standards di posizionamento e di offerta, partecipazioni ad iniziative di marketing, e simili). Dal punto di vista giuridico anche condizioni siffatte andrebbero qualificate propriamente “contrattuali”, siccome rientranti nell’insieme delle pattuizioni che complessivamente regolano il rapporto e che trovano la loro fonte in accordi comunque accettati (o subiti) dalle parti. L’espressione utilizzata dal legislatore sembra pertanto rispondere, più che a profili tecnici e sistematici, ad esigenze comunicative e di messaggio, nel senso di rendere evidente – anche sul piano del linguaggio – che pratiche e comportamenti qualificati ex lege come illeciti non potranno sfuggire a tale qualificazione soltanto in ragione della sede formale in cui sono state collocate.
Quanto ai contenuti, la casistica menzionata nella disposizione in commento tiene conto delle indagini conoscitive svolte in anni recenti dalla Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato34, e richiama specifiche esperienze di regolazione delle relazioni con la GDO, maturate in anni recenti in altri Paesi della Comunità Europea35, tutte comunque riconducibili alle generali previsioni contenute già nella legge del 1990 sulla tutela della concorrenza e del mercato.
Ad una prima lettura, la riproposizione di norme già da tempo vigenti potrebbe apparire priva di effettiva utilità, sul piano tecnico-giuridico, tanto più in ragione del ti di possibile conflitto nel procedimento sanzionatorio e
(33) V. la lett.a) del comma 2 dell’art. 62 in commento.
(34) V. AGCM, Indagine conoscitiva sulla distribuzione agroalimentare (IC/28), Roma, giugno 2007; e AGCM, Indagine conoscitiva sul settore della Grande Distribuzione Organizzata (IC/43), disposta con provv. N. 21765 del 27 ottobre 2010 e tuttora in corso; su cui v. A.Artom, L’indagine conoscitiva dell’AGCM sul ruolo della GDO nella distribuzione agroalimentare, in q. Riv., www.rivistadirittoalimentare.it, 3-2010, 31.
(35) In argomento v. i n. 2-2008 e 3-2008 di q. Riv, www.rivistadirittoalimentare.it, ed in particolare F. Gencarelli, Relazioni contrattuali tra industria alimentare e grande distribuzione nei principali paesi europei, in q. Riv., www.rivistadirittoalimentare.it, 2-2008, 34; A. Artom, I contratti dall’industria alimentare alla grande distribuzione, in q. Riv., www.rivistadirittoalimentare.it, 2-2008, 23; L. Di Via – L. Marciano, Le relazioni tra industria alimentare e GDO, in q. Riv., www.rivistadirittoalimentare.it, 3-2008, 38.
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di opposizione (v. infra par. 6).
In realtà, le disposizioni introdotte dal comma 2 dell’art.62 contengono un significativo elemento di peculiarità, non tanto nell’oggetto dei comportamenti vietati e sanzionati, quanto piuttosto nei presupposti.
Tali comportamenti sono qualificati come illeciti ex se, a prescindere dall’esistenza di “una posizione dominante all’interno del mercato nazionale o in una sua parte rilevante” quale individuata dalla legge sulla tutela della concorrenza36, ovvero dall’esistenza di uno “stato di dipendenza economica nel quale si trova … una impresa cliente o fornitrice” come richiesto dalla legge sulla tutela della subfornitura37.
Siamo in presenza di una tipizzazione di pratiche commerciali, che vengono comunque qualificate come illecite, senza necessità di dimostrare la sussistenza di ulteriori presupposti ai fini della qualificazione; presupposti (la posizione dominante o lo stato di dipendenza economica) la cui dimostrazione è spesso non agevole e talvolta nei fatti quasi impossibile38.
Ne deriva, evidentemente, una ben più agevole sindacabilità di siffatti comportamenti.
Proprio la tipizzazione così operata, e l’assenza di ulteriori presupposti e condizioni per la configurazione degli illeciti, imporrebbe peraltro di identificare con esattezza l’area delle attività di impresa cui applicare la disciplina speciale così introdotta, diversa da quelle generali in tema di concorrenza e subfornitura, soggette – come si è ricordato – a ben precisi presupposti di applicabilità.
L’ incertezza derivante dall’ aporia indotta dalla non coincidenza delle espressioni utilizzate nella rubrica e nel comma 1 dell’art.62, si propone anche quanto all’area i introdotte dal comma 2 dell’art. 62.
(36) Art.3, lett.a), Legge 10 ottobre 1990, n. 287, cit.
(37) Art.8, comma 1, Legge 18 giugno 1998, n. 192, cit.
(38) Cfr. Cass, Sez. I, sent. n. 3638 del 13-02-2009 (ud. del 21-10-2008), Cetel S.N.C. c. Enel Distribuzione S.P.A. (rv. 606809), secondo cui: “La disparità di trattamento contrattuale non è abusiva - ai sensi dell'art. 3 legge n. 287 del 1990 - soltanto a condizione che il contraente che la pratica non si trovi in posizione dominante, perché, in tal caso, tale disparità è frutto del lecito esercizio dell'autonomia negoziale delle parti e trova nella controparte un soggetto altrettanto libero di determinare le proprie scelte contrattuali; mentre non è così quando la disparità di trattamento sia la conseguenza della posizione dominante di cui il contraente più forte abusi, a fronte della dipendenza economica dei contraenti più deboli, i quali sono costretti a sottostare a qualsiasi pretesa, dal momento che a loro è impossibile, o grandemente difficile, reperire sul mercato adeguate alternative.”.
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La formula utilizzata è amplissima: “Nelle relazioni commerciali tra operatori economici, ivi compresi i contratti che hanno ad oggetto la cessione dei beni di cui al comma 1 …”. Tale formulazione, nella sua genericità, ove letta fuori dal contesto ed interpretata solo con un criterio letterale, potrebbe addirittura indurre ad estendere la disposizione di cui al comma 2 dell’art.62 a qualunque relazione commerciale, anche non avente ad oggetto i prodotti agricoli, agroalimentari o alimentari. Si tratterebbe evidentemente di un’interpretazione paradossale, non sostenibile sul piano sistematico, atteso che tale disposizione, al di là della sua generale e generica formulazione letterale, deve intendersi sistematicamente applicabile alle sole fattispecie regolate dal medesimo art. 62. In questa prospettiva, l’esplicita menzione dei contratti di cessione dei beni di cui al comma 1 costituisce ulteriore conferma dell’interpretazione per la quale il comma 1, attraverso il riferimento ai prodotti alimentari, e non solo agroalimentari, ha espanso la fattispecie rispetto a quella identificata dalla rubrica dell’art.62.
5.- I termini di pagamento
Termini di pagamento rigorosi erano (e sono) previsti, ben prima dell’adozione del decreto legge qui in commento, già dal 2002, a far tempo dal Decreto legislativo n. 231/2002 sopracitato, che ha dato attuazione alla Direttiva n. 2000/35/CE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.
In particolare il termine di pagamento previsto in via generale dalla normativa del 2002 è di trenta giorni per la generalità delle merci o dei servizi (con decorrenza dalla ricezione della fattura, dalla consegna, o dalla verifica ove prevista in epoca successiva alle precedenti)39, e di sessanta giorni dalla consegna o dal ritiro per i prodotti alimentari deteriorabili40, quali definiti con apposito decreto del Ministro delle Attività Produttive41.
Il Decreto legislativo del 2002 prevedeva però la possibilità di pattuire in contratto termini di pagamento più lunghi.
La GDO ha largamente ed abitualmente utilizzato questa possibile deroga rmini di pagamento di fatto praticati dalla GDO sono
(39) Art.4, comma 2, Decr. Leg.vo 9 ottobre 2002, n. 231, cit.
(40) Art.4, comma 3, Decr. Leg.vo 9 ottobre 2002, n. 231, cit.
(41) Art.2, lett.f), Decr. Leg.vo 9 ottobre 2002, n. 231, cit.; v. D.M. Ministro delle Attività Produttive 13 maggio 2003, cit.
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risultati ben più lunghi di quelli legislativamente previsti nel 2002.
La possibilità di prevedere in contratto termini di pagamento più lunghi era tuttavia espressamente esclusa già dal decreto legislativo del 2002 per i prodotti alimentari deteriorabili, per i quali – come si è ricordato – era previsto un termine di pagamento di 60 giorni dalla consegna, non prorogabile, ed un tasso di interesse di mora maggiorato rispetto a tutti gli altri prodotti42.
Per questi prodotti non era consentito pattuire in contratto termini di pagamento più lunghi, se non nell’ambito di accordi sottoscritti presso il Ministero delle attività produttive dalle organizzazioni maggiormente rappresentative a livello nazionale della produzione, trasformazione e distribuzione per categorie di prodotti specifici.
La definizione dei prodotti alimentari deteriorabili ai sensi del decreto legislativo era attribuita al Ministero della attività produttive, che ha provveduto con il D.M. del 13 maggio 2003 sopracitato.
Il D.M. del 2003 è stato abrogato43 ed il suo contento è stato trasferito alla lettera nel comma 4 dell’art. 62 qui in commento, così ottenendo il brillante risultato di irrigidire in un testo rilegificato ciò che era stato delegificato.
Parimenti sono stati abrogati i commi 3 e 4 del decreto legislativo n. 231 del 2002 sopracitato44, sostituiti dalle disposizioni introdotte dall’art. 62 qui in commento.
Quanto alla derogabilità dei termini di pagamento legali, l’art. 62 del decreto legge del 2012 non ha innovato – come si è visto – quanto ai prodotti alimentari deteriorabili, per i quali la deroga era esclusa anche in passato. La norma del 2012 ha però escluso la possibilità di accordi collettivi in materia, con il risultato di: a) sottrarre competenze al Ministero delle Attività produttive; b) sottrarre competenze alle organizzazioni sindacali e professionali del settore.
Quanto alla perentorietà dei termini di pagamento per i prodotti alimentari deteriorabili, non vi sono dunque novità significative rispetto alla normativa di dieci anni fa: semplicemente i termini di pagamento non sono più 60 giorni dalla consegna, ma 30 giorni decorrenti dall’ultimo giorno del mese di ricevimento della fattura.
I cambiamenti veramente rilevanti riguardano invece i prodotti alimentari non deteriorabili. Per tali prodotti la disciplina del 2002 consentiva la stipula di accordi diversi tra le parti, oggi esclusa.
e oggi pagare entro il termine perentorio sopraindicato
(42) Art.4, comma 3, Decr. Leg.vo 9 ottobre 2002, n. 231, cit.
(43) V. il comma 4 dell’art. 62.
(44) V. il comma 4 dell’art. 62.
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anche ai grandi produttori ed alle multinazionali degli alimenti, senza che siano consentiti accordi diversi.
Se ne può concludere che in termini di scelte comparative fra interessi, l’art. 62 sui termini di pagamento, mentre ha lasciato sostanzialmente immutata la disciplina quanto ai rapporti delle aziende con la fase primaria della produzione, ha fortemente inciso sulle relazioni fra GDO ed industria alimentare, privilegiando la seconda a spese della prima.
Un’ulteriore considerazione va fatta, in ordine alla possibile distorsività di una normativa quale quella dell’art. 62 qui in commento, fra GDO avente sede legale in Italia e GDO avente la casa madre in altro Paese europeo. Nel secondo caso, la GDO extra-italiana, pur avente esercizi di vendita in Italia, potrebbe approvvigionarsi dall’industria alimentare in altri Paesi europei, nei quali non si applica la normativa italiana, così continuando a beneficiare di termini di pagamento più lunghi e più favorevoli rispetto a quanto consentito alla GDO avente base in Italia. Ne potrebbero seguire anche tendenze ad un’esterovestizione di almeno alcuni dei residui protagonisti della GDO italiana.
Sul piano della tecnica legislativa, poi, occorre sottolineare che l’art. 62, nel prevedere l’abrogazione dei commi 3 e 4 dell’art.4 del decr.leg.vo n. 231-2002 sui ritardi di pagamento, senza prevedere l’inserimento delle nuove disposizioni (di cui ai commi 3 e 4 del medesimo art.62) nel corpo organico del decr. leg.vo n. 231-2002, non contribuisce certo alla sistematicità e leggibilità della disciplina, che risulta oggi frammentata in più testi legislativi.
La non sistematicità delle scelte così operate risulta ancor più evidente, ove si consideri che nel caso di specie non occorreva neppure ricorrere ad un decreto legge.
La recente direttiva del 2011 dell’Unione Europea45 ha infatti riordinato la materia dei ritardi di pagamento e delle iniquità delle pratiche e clausole contrattuali, sostituendo la precedente direttiva del 200046.
La successiva legge n. 180 dell’ 11 novembre 2011, significativamente intitolata “Norme per la tutela della libertà d’impresa. Statuto delle imprese”, all’art. 10, comma 1, ha delegato il Governo:
“ad adottare, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, un decreto legislativo recante modifiche al decreto legislativo 9 ottobre 2002, n. 231, della direttiva 2011/7/UE del Parlamento europeo e del
(45) Direttiva 16 febbraio 2011, n. 2011/7/UE, cit.
(46) Direttiva 29 giugno 2000, n. 2000/35/CE, cit.
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Consiglio, del 16 febbraio 2011, sulla base dei seguenti principi e criteri direttivi:
a) contrasto degli effetti negativi della posizione dominante di imprese sui propri fornitori o sulle imprese subcommittenti, in particolare nel caso in cui si tratti di micro, piccole e medie imprese;
b) fermo quanto previsto dall'articolo 12 della legge 10 ottobre 1990, n. 287, previsione che l'Autorità garante della concorrenza e del mercato possa procedere ad indagini e intervenire in prima istanza con diffide e irrogare sanzioni relativamente a comportamenti illeciti messi in atto da grandi imprese.”.
Il Governo dunque già disponeva, e tuttora dispone, di uno strumento assai flessibile per l’introduzione di una disciplina organica e complessiva in materia; sicché l’utilizzazione dello strumento del decreto legge (con quanto di asistematico ed occasionale tale strumento per sua natura comporta) non risultava affatto necessaria, ben potendo essere adottato un più organico e meditato decreto legislativo, in sede di recepimento della richiamata direttiva del 2011.
Possiamo dunque solo confidare che, quando verrà adottato il decreto legislativo di recepimento della direttiva del 2011, l’occasione venga utilizzata anche per rivedere e risistemare le rilevate incertezze dell’art. 62.
6.- I poteri dell’AGCM e dell’A.G.O.
Un profilo, assai interessante, ma nel medesimo tempo fonte di ulteriori incertezze, è quello relativo alle competenze dell’AGCM ed alle norme sanzionatorie.
L’attribuzione di poteri alla AGCM determina una singolare sovrapposizione di poteri accertativi su fattispecie di nullità, la cui rilevabilità è nella stessa disposizione riservata al Giudice e non all’Autorità.
Quanto alle sanzioni, quelle previste al comma 5 (in riferimento alla forma ed alle clausole dei contratti di cessione) ed al comma 6 (in riferimento agli illeciti nelle relazioni commerciali fra operatori economici) appaiono singolarmente modeste, tanto più se comparate alle ben più severe sanzioni previste dall’art. 15 Legge 10 ssono giungere fino al 10% del fatturato47.
(47) L’art. 15 Legge 10 ottobre 1990, n. 287, cit., dispone: “15. Diffide e sanzioni.
1. Se a seguito dell'istruttoria di cui all'articolo 14 l'Autorità ravvisa infrazioni agli articoli 2 o 3, fissa alle imprese e agli enti interessati il termine per l'eliminazione delle infrazioni stesse. Nei casi di infrazioni gravi, tenuto conto della gravità e della durata dell'infrazione, dispone inoltre l'applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria fino al 10 per cento del fatturato realizzato in ciascuna impresa o ente nell'ultimo esercizio chiuso anteriormente alla notificazione della diffida, determinando i termini entro i quali l'impresa deve procedere al pagamento della sanzione.
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La differenza è così rilevante che non sembra azzardato immaginare che imprese della GDO, in ipotesi sanzionate ai sensi dell’art. 15 della legge del 1990 sulla tutela della concorrenza e del mercato, contestino la sanzione deducendo che la stessa doveva se mai essere applicata sulla base del comma 6 dell’art. 62, così da renderla sostanzialmente ininfluente. Viene quindi spontaneo chiedersi se una siffatta paradossale sovrapposizione di discipline, sul terreno assi delicato della determinazione delle sanzioni, sia accidentale o sia espressione di scelte legislative, pur non esplicitamente dichiarate.
L’incertezza sulle sanzioni da applicare per comportamenti che possono ricadere all’interno di fattispecie legislative distinte e separatamente regolate ma largamente sovrapponibili, è ancor più rilevante, ove si consideri che per le sanzioni dell’AGCM irrogate ai sensi dell’art. 15 della legge del 1990 la competenza giurisdizionale spetta al Giudice amministrativo48, mentre l’art.62 in commento rinvia alla legge 24 49
2. In caso di inottemperanza alla diffida di cui al comma 1, l'Autorità applica la sanzione amministrativa pecuniaria fino al dieci per cento del fatturato ovvero, nei casi in cui sia stata applicata la sanzione di cui al comma 1, di importo minimo non inferiore al doppio della sanzione già applicata con un limite massimo del dieci per cento del fatturato come individuato al comma 1, determinando altresì il termine entro il quale il pagamento della sanzione deve essere effettuato. Nei casi di reiterata inottemperanza l'Autorità può disporre la sospensione dell'attività d'impresa fino a trenta giorni. … ”.
V. anche il comma 3-bis dell’art. 9 della legge del 1998 sulla subfornitura, nel testo vigente quale modificato dal comma 2 dell’art. 10 della Legge 11 novembre 2011, n.180.
(48) V. l’art. 33 della Legge 10 ottobre 1990, n. 287, cit.
(49) Legge 24 novembre 1981 n. 689, Modifiche al sistema penale (si tratta – come è noto - della legge che regola la generalità dei procedimenti di irrogazione di sanzioni amministrative e di opposizione alle stesse, ivi incluse ad esempio quelle per violazioni del Codice della Strada).
(50) Dispone l’art. 6 del Decr. Leg.vo 1 settembre 2011 n. 220, che ha sostituito la corrispondente disposizione della Legge 24 novembre 1981, n. 689: “1. Le controversie previste dall'articolo 22 della legge 24 novembre 1981, n. 689, sono regolate dal rito del lavoro, ove non diversamente stabilito dalle disposizioni del presente articolo.
2. L'opposizione si propone davanti al giudice del luogo in cui è stata commessa la violazione.
3. Salvo quanto previsto dai commi 4 e 5, e salve le competenze stabilite da altre disposizioni di legge, l'opposizione si propone davanti al giudice di pace.
4. L'opposizione si propone davanti al tribunale quando la sanzione è stata applicata per una violazione concernente disposizioni in materia: a) di tutela del lavoro, di igiene sui luoghi di lavoro e di prevenzione degli infortuni sul lavoro; b) di previdenza e assistenza obbligatoria; c) di tutela dell'ambiente dall'inquinamento, della flora, della fauna e delle aree protette; d) di igiene degli alimenti e delle bevande; e) valutaria; f) di antiriciclaggio.
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determinazioni dell’AGCM, assunte in esito ad una complessa istruttoria anche tecnica, possano poi essere soggette alla valutazione e decisione di una corte non specializzata e talvolta bagatellare.
Ben più pesanti sono le sanzioni previste per il mancato rispetto dei termini di pagamento, che possono giungere fino a 500.000 euro ai sensi del comma 7. La severità della sanzione in questo caso sembra trascurare la circostanza che il ritardo nel pagamento è comunque già sanzionato dall’applicazione di interressi di mora legislativamente determinati ad un saggio significativo.
Tenuto conto di quanto già ricordato in ordine all’industria di trasformazione quale effettivo maggior beneficiario delle nuove norme in tema di ritardato pagamento (v. supra), laddove per le imprese agricole la tutela era già prevista sin dal 2002, sembra di dover concludere che la singolare ed appariscente differenza nella misura delle sanzioni fra le violazioni in tema di contratti e pratiche commerciali (sanzionate solo simbolicamente) e le violazioni in tema di ritardi di pagamento (sanzionate in misura assai rilevante, con una sanzione che si aggiunge ad un interesse di mora per sé gravoso) riporta ad una valutazione complessiva in termini di privilegiata attenzione per le esigenze dell’industria di trasformazione (ivi inclusa la grande e grandissima industria, anche multinazionale), nel conflitto con la GDO.
7.- Le competenze del Mipaaf
L’attribuzione di competenze al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, per l’adozione, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, di un decreto chiamato a definire “le modalità applicative delle disposizioni” soprarichiamate, di cui al comma 11-bis aggiunto dal Parlamento in sede di conversione del decreto legge, costituisce esempio di scuola di “norma in bianco”, carente di qualunque indicazione di criteri.
Al momento risulta dunque difficile svolgere in punto considerazioni di merito, se
5. L'opposizione si propone altresì davanti al tribunale: a) se per la violazione è prevista una sanzione pecuniaria superiore nel massimo a 15.493 euro; b) quando, essendo la violazione punita con sanzione pecuniaria proporzionale senza previsione di un limite massimo, è stata applicata una sanzione superiore a 15.493 euro; c) quando è stata applicata una sanzione di natura diversa da quella pecuniaria, sola o congiunta a quest'ultima, fatta eccezione per le violazioni previste dal regio decreto 21 dicembre 1933, n. 1736, dalla legge 15 dicembre 1990, n. 386 e dal decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285. …”.
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un’altra tappa dell’apparentemente inarrestabile processo di delega di poteri sostanzialmente legislativi, anche in materia di rapporti fra privati, a soggetti diversi dal Parlamento; processo la cui trasparenza ed accountability è da più parti oggetto di meditati rilievi critici.
Nel contempo viene cancellato il tentativo operato dal decreto legislativo del 2002 di valorizzare la contrattazione collettiva51, così muovendo in controtendenza anche rispetto alle più recenti tendenze europee, che tendono invece a valorizzare i soggetti collettivi52, come avvenuto significativamente con il recente regolamento europeo relativo ai rapporti contrattuali nel settore del latte e dei prodotti lattiero-caseari53.
Al momento di chiudere le presenti note, il termine di tre mesi assegnato dal comma 11-bis dell’art. 62 per l’emanazione del decreto “applicativo” è inutilmente scaduto, ma il Mipaaf ha pubblicato sul proprio sito web una bozza di decreto, in attesa della sua adozione definitiva (peraltro senza alcuna esplicita indicazione circa la fonte di legittimità di un’eventuale emanazione a termine scaduto).
al di là dell’irritualità della procedura seguita, anche nel merito delle disposizioni formulate nella bozza di decreto, risulta confermata ancora una volta la tendenza che autorevole studioso ha efficacemente definito di “indefinito movimento”54 di provvedimenti di regolazione, che, svalutando esigenze di coerenza e di corretta utilizzazione degli istituti esistenti, largamente privilegiano tecniche additive, di sovrapposizione di soluzioni particolari.
ni (dichiaratamente “applicative”, in realtà sotto più
(51) V. supra par.5.
(52) Per un’ampia analisi critica, in prospettiva comparativa, delle scelte europee in materia v. gli scritti di A. Jannarelli, e fra questi Profili giuridici del sistema agroalimentare tra ascesa e crisi della globalizzazione, Bari, Cacucci, 2011.
(53) Regolamento (UE) 14 marzo 2012, n. 261/2012, del Parlamento Europeo e del Consiglio, che modifica il Regolamento (CE) n. 1234/2007 per quanto riguarda i rapporti contrattuali nel settore del latte e dei prodotti lattiero-caseari.
(54) Così N.Irti, Nichilismo giuridico, Roma-Bari, 2004, 7. In argomento, per ulteriori indicazioni, con specifico riferimento alle linee evolutive della legislazione in agricoltura, sia consentito rinviare a F.Albisinni, Dal cantiere agricolo alle società agricole, in Dir.giur.agr.amb., 2005, 455; Id., Codice agricolo e codificazioni di settore, in Riv.dir.agr., 2005, I, 419.
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profili “innovative”) potrà evidentemente essere condotta solo dopo la formale emanazione del decreto. allo stato non resta che confidare che il governo, nell’esercizio della delega attribuita dalla legge n.180/2011 sullo statuto delle mprese
ic
55, voglia intervenire in prospettiva sistematica, riordinando ontraddizioni ed aporie.
(55) V. supra par. 5.
 
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