Oggetto: Cessione di prodotti agricoli e alimentari – Art.62 DL 1/2012 – Quadro
giuridico complessivo
Questa nota, elaborata dal Settore Legislazione d’Impresa della Confcommercio nazionale,
contiene una analisi del quadro giuridico risultante dall’art. 62 del decreto-legge 1/2012 e
dalla bozza di regolamento che, si ricorda, è attualmente ancora al vaglio del Consiglio di
Stato.
In questo modo si è voluto offrire uno strumento conoscitivo alle aziende associate pur
nell’incertezza legata alla provvisorietà della bozza di regolamento, considerata l’imminente
scadenza del termine per l’entrata in vigore delle nuove disposizioni, fissata al prossimo 24
ottobre.
CAMPO D’APPLICAZIONE
Le disposizioni di cui all’art. 62 del Decreto Legge 24 gennaio 2012, n. 1, disciplinano le
relazioni commerciali nella filiera agroalimentare ed in particolare i contratti che hanno ad
oggetto la cessione di prodotti agricoli e alimentari.
Ai sensi dell’art. 2 della bozza di decreto attuativo, rientrano nella nozione di prodotti agricoli
«i prodotti dell’allegato I di cui all’articolo 38, comma 3, del Trattato sul funzionamento
dell’Unione europea».
Il suddetto Allegato I del TFUE contiene infatti un elenco di prodotti agricoli, cui si applicano
le disposizioni del medesimo Trattato, di seguito riportato:
- Animali vivi (Capitolo 1)
- Carni e frattaglie commestibili (Capitolo 2)
- Pesci, crostacei e molluschi (Capitolo 3)
- Latte e derivati del latte; uova di volatili; miele naturale (Capitolo 4)
- Budella, vesciche e stomachi di animali, interi o in pezzi, esclusi quelli di pesci (Capitolo 5
voce 05.04)
- Prodotti di origine animale, non nominati né compresi altrove; animali morti dei capitoli 1 o
3, non atti all'alimentazione umana (Capitolo 5 voce 05.15)
- Piante vive e prodotti della floricoltura (Capitolo 6)
- Legumi, ortaggi, piante, radici e tuberi, mangerecci (Capitolo 7)
- Frutta commestibile; scorze di agrumi e di meloni (Capitolo 8)
- Caffè, tè e spezie, escluso il matè (Capitolo 9 voce 09.03)
- Cereali (Capitolo 10)
- Prodotti della macinazione; malto; amidi e fecole; glutine; inulina (Capitolo 11)
- Semi e frutti oleosi; semi, sementi e frutti diversi; piante industriali e medicinali; paglie e
foraggi (Capitolo 12)
- Pectina (Capitolo 13 ex 13.03)
- Strutto ed altri grassi di maiale pressati o fusi; grasso di volatili pressato o fuso (Capitolo
15 voce 15.01)
- Sevi (della specie bovina, ovina e caprina) greggi o fusi, compresi i sevi detti «primo sugo»
(Capitolo 15 voce 15.02)
- Stearina solare; oleo-stearina; olio di strutto e oleomargarina non emulsionata, non
mescolati né altrimenti preparati (Capitolo 15 voce 15.03)
- Grassi e oli di pesci e di mammiferi marini, anche raffinati (Capitolo 15 voce 15.04)
- Oli vegetali fissi, fluidi o concreti, greggi, depurati o raffinati (Capitolo 15 voce 15.07)
- Grassi e oli animali o vegetali idrogenati anche raffinati, ma non preparati (Capitolo 15
voce 15.12)
- Margarina, imitazioni dello strutto e altri grassi alimentari preparati (Capitolo 15 voce
15.13)
- Residui provenienti dalla lavorazione delle sostanze grasse, o delle cere animali o vegetali
(Capitolo 15 voce 15.17)
- Preparazioni di carni, di pesci, di crostacei e di molluschi (Capitolo 16)
- Zucchero di barbabietola e di canna, allo stato solido (Capitolo 17 voce 17.01)
- Altri zuccheri; sciroppi; succedanei del miele, anche misti con miele naturale; zuccheri e
melassi, caramellati (Capitolo 17 voce 17.02)
- Melassi, anche decolorati (Capitolo 17 voce 17.03)
- Zuccheri, sciroppi e melassi aromatizzati o coloriti (compreso lo zucchero vanigliato, alla
vaniglia o alla vaniglina), esclusi i succhi di frutta addizionati di zucchero in qualsiasi
proporzione (Capitolo 17 voce 17.05*)
- Cacao in grani anche infranto, greggio o torrefatto Capitolo (18 voce 18.01)
- Gusci, bucce, pellicole e cascami di cacao (18 voce 18.02)
- Preparazioni di ortaggi, di piante mangerecce, di frutti e di altre piante o parti di piante
(Capitolo 20)
- Mosti di uva parzialmente fermentati anche mutizzati con metodi diversi dall'aggiunta di
alcole (Capitolo 22 voce 22.04)
- Vini di uve fresche; mosti di uve fresche mutizzati con l'alcole (mistelle) (Capitolo 22 voce
22.05)
- Sidro, sidro di pere, idromele ed altre bevande fermentate (Capitolo 22 voce 22.07)
- Alcole etilico, denaturato o no, di qualsiasi gradazione, ottenuto a partire da prodotti
agricoli compresi nell'allegato I, ad esclusione di acquaviti, liquori ed altre bevande
alcoliche, preparazioni alcoliche composte (dette estratti concentrati) per la fabbricazione di
bevande (Capitolo 22 voce ex 22.08* ed ex 22.09*)
- Aceti commestibili e loro succedanei commestibili (Capitolo 22 voce 22.10*)
- Residui e cascami delle industrie alimentari; alimenti preparati per gli animali (Capitolo 23)
- Tabacchi greggi o non lavorati; cascami di tabacco (Capitolo 24 voce 24.01)
- Sughero naturale greggio e cascami di sughero; sughero frantumato, granulato o
polverizzato (Capitolo 45 voce 45.01)
- Lino greggio, macerato, stigliato, pettinato o altrimenti preparato, ma non filato; stoppa e
cascami (compresi gli sfilacciati) (Capitolo 54 voce 54.01)
- Canapa (Cannabis sativa) greggia, macerata, stigliata, pettinata o altrimenti preparata, ma
non filata; stoppa e cascami (compresi gli sfilacciati) (Capitolo 57 voce 57.01)
Ai sensi del medesimo art. 2 della bozza di decreto attuativo, sono inoltre definiti prodotti
alimentari «i prodotti di cui all’articolo 2 del regolamento (CE) n. 178/2002 del Parlamento
europeo e del Consiglio del 28 gennaio 2002».
Più specificamente, l’articolo 2 del regolamento (CE) n. 178/2002 definisce «alimento» (o
«prodotto alimentare», o «derrata alimentare») qualsiasi sostanza o prodotto trasformato,
parzialmente trasformato o non trasformato, destinato ad essere ingerito, o di cui si prevede
ragionevolmente che possa essere ingerito, da esseri umani.
Sono comprese le bevande, le gomme da masticare e qualsiasi sostanza, compresa l'acqua,
intenzionalmente incorporata negli alimenti nel corso della loro produzione, preparazione o
trattamento.
Esso include l'acqua nei punti in cui i valori devono essere rispettati come stabilito all'articolo 6
della direttiva 98/ 83/CEe fatti salvi i requisiti delle direttive 80/778/CEE e 98/83/CE.
Non sono compresi:
a) i mangimi;
b) gli animali vivi, a meno che siano preparati per l'immissione sul mercato ai fini del consumo
umano;
c) i vegetali prima della raccolta;
d) i medicinali ai sensi delle direttive del Consiglio 65/65/CEE (1) e 92/73/CEE (2);
e) i cosmetici ai sensi della direttiva 76/768/CEE del Consiglio (3);
f) il tabacco e i prodotti del tabacco ai sensi della direttiva 89/622/CEE del Consiglio (4);
g) le sostanze stupefacenti o psicotrope ai sensi della convenzione unica delle Nazioni Unite
sugli stupefacenti del 1961 e della convenzione delle Nazioni Unite sulle sostanze
psicotrope del 1971;
h) residui e contaminanti”.
Appare pertanto evidente, da una prima lettura delle definizioni sopra riportate, che alcuni
prodotti pur non rientrando nella categoria dei prodotti alimentari rientrano comunque in
quella, diversa, dei prodotti agricoli (ad es. i mangimi, gli animali vivi, le sementi, le piante
vive e i prodotti della floricoltura, i tabacchi greggi o non lavorati e i cascami di tabacco, etc.)
e, pertanto, sono comunque soggetti all’applicazione della disciplina prevista dall’art. 62 DL
1/2012.
Tale disciplina, dunque, con riferimento alle categorie rappresentate nel sistema
CONFCOMMERCIO – IMPRESE PER L’ITALIA, riguarderà tutti gli operatori del comparto
alimentare (dettaglianti alimentari, pubblici esercizi, grossisti, mercati ortofrutticoli,
ambulanti, distributori automatici, panificatori, erboristi, etc.) nonché tutti gli altri operatori
le cui attività si riferiscono a prodotti agricoli diversi da quelli alimentari (sementi,
animali, mangimi per animali, piante e fiori, tabacchi non lavorati etc.) a prescindere dalla
posizione rivestita nell’ambito della filiera di riferimento.
Più in generale, saranno assoggettati alle disposizioni di cui all’art. 62 tutti gli operatori della
filiera agroalimentare quali gli agricoltori, i produttori e le industrie di trasformazione, le
centrali d’acquisto, la grande distribuzione organizzata (GDO), i grossisti, gli intermediari, i
dettaglianti, i pubblici esercizi etc.
L’art. 1 della bozza di decreto specifica altresì che nel campo d’applicazione della norma
rientrano i contratti e le relazioni commerciali che hanno ad oggetto la cessione di prodotti
agricoli e alimentari la cui consegna avviene nel territorio della Repubblica italiana. In
particolare, per cessione dei prodotti agricoli e alimentari deve intendersi il trasferimento della
proprietà di prodotti agricoli e/o alimentari, dietro il pagamento di un prezzo.
Ne consegue che, nell’ambito delle operazioni di import-export, saranno soggetti alla
disciplina in esame gli operatori che importano prodotti dall’estero, se la merce viene
consegnata in Italia, mentre rimangono escluse le esportazioni se la consegna della merce
avviene in uno Stato terzo.
Nei commerci internazionali, pertanto, assumeranno notevole importanza anche i contratti di
trasporto delle merci, ed in particolare le clausole contrattuali per la determinazione del
momento del passaggio del rischio, ai fini della corretta individuazione del luogo in cui si
perfeziona la consegna del bene.
Sono invece espressamente esclusi dal campo d’applicazione di tali disposizioni:
- i contratti conclusi con il consumatore finale;
- le cessioni di prodotti agricoli e alimentari istantanee, con contestuale consegna e
pagamento del prezzo pattuito;
- le cessioni effettuate dai soci coimprenditori di cooperative agricole alle cooperative stesse;
- le cessioni effettuate ai soci coimprenditori delle organizzazioni di produttori alle
organizzazioni stesse;
- le cessioni effettuate tra gli imprenditori ittici.
Restano pertanto fuori dall’ambito d’applicazione della norma tutte le fattispecie di vendita al
dettaglio al consumatore finale, inteso come persona fisica che acquista i prodotti agricoli
e/o alimentari per scopi estranei alla propria attività imprenditoriale o professionale
eventualmente svolta, nonchè la somministrazione di alimenti e bevande.
A tal proposito, occorre tuttavia ribadire che gli operatori economici che svolgono tali attività si
troveranno da una parte comunque assoggettati alla disciplina in esame (in particolare quella
relativa ai requisiti del contratto e, soprattutto, ai termini di pagamento) nei rapporti con i
propri fornitori ma, dall’altra, non potranno usufruirne dei relativi benefici nei confronti dei
propri clienti.
La bozza di decreto attuativo chiarisce inoltre che l’operatore commerciale che acquista un
prodotto agricolo o alimentare e provvede contestualmente al pagamento (un ristoratore
che acquista una partita di merce al mercato ortofrutticolo o, più in generale, un operatore che
si rifornisce presso altro operatore – ad es. Metro – con modalità cash and carry, etc.) non è
soggetto alla disciplina dell’art. 62 in quanto, quando ricorrono tali circostanze, viene data
piena esecuzione agli obblighi tipici della compravendita (consegna della merce a fronte del
pagamento del relativo prezzo) e pertanto vengono evidentemente meno le ragioni di tutela
del contraente debole che stanno a fondamento di tali disposizioni.
Le esclusioni in favore di cooperative, organizzazioni di produttori etc. si fondano invece sulla
natura di conferimento che caratterizza le cessioni in quegli specifici settori.
REQUISITI DEL CONTRATTO
Il comma 1 dell’art. 62 prevede che i contratti che hanno ad oggetto la cessione di prodotti
agricoli e alimentari devono essere stipulati obbligatoriamente in forma scritta.
Nei medesimi, dovranno altresì essere espressamente indicati, a pena di nullità, che potrà
anche essere rilevata d’ufficio dal giudice (dunque non solo su istanza di parte. A tal proposito
viene altresì riconosciuta la legittimazione attiva in capo alle associazioni di categoria, di cui si
dirà in seguito più approfonditamente), i seguenti elementi essenziali:
- la durata del contratto;
- le quantità e le caratteristiche del prodotto venduto;
- il prezzo;
- le modalità di consegna e di pagamento.
Al fine di consentire un’interpretazione più flessibile di tali obblighi, salvaguardando in tal modo
le caratteristiche di snellezza, informalità e celerità, indispensabili ai fini delle prassi
commerciali più diffuse, l’art. 3, comma 3, della bozza di decreto attuativo, chiarisce che tali
elementi possono risultare anche dal complesso dei documenti relativi ad un medesimo
contratto.
Il sistema che si viene a configurare, prevede pertanto diverse possibilità in funzione della
completezza del contratto, sintetizzabile secondo il seguente schema:
1) contratto perfetto in tutti i suoi requisiti (singoli contratti di cessione, contratti quadro e
accordi interprofessionali sottoscritti dalle parti e contenenti tutti gli elementi essenziali);
2) ordini d’acquisto, contratti di cessione, documenti di trasporto o di consegna, ovvero
fatture che, in tutti i casi, fanno riferimento ad un contratto a monte (che deve essere
specificamente richiamato) di cui ne integrano gli elementi essenziali.
3) scambi di comunicazioni e di ordini, antecedenti alla consegna dei prodotti (il contratto si
perfeziona con l’accettazione dell’ordine);
4) ordini di acquisto con i quali l’acquirente commissiona la consegna dei prodotti (il contratto
si perfeziona per fatti concludenti al momento della consegna);
5) documenti di trasporto o di consegna, ovvero fatture c.d. “parlanti”, rispetto ai quali non
sussiste un contratto a monte e pertanto, devono essere indicati tutti gli elementi essenziali
del contratto. In quest’ultimo caso, i documenti richiamati devono necessariamente recare
la dicitura espressa: «Assolve gli obblighi di cui all’articolo 62, comma 1, del decreto legge
24 gennaio 2012, n.1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27».
Inoltre, riguardo al requisito della forma scritta, l’art. 3, comma 2, della bozza di decreto
attuativo - con una forzatura giuridica necessaria per rendere applicabile la norma ma che
dovrà comunque superare il vaglio del Consiglio di Stato – precisa altresì che il medesimo si
considera comunque soddisfatto qualora ricorra «qualsiasi forma di comunicazione scritta,
anche trasmessa in forma elettronica o a mezzo telefax, anche priva di sottoscrizione, avente
la funzione di manifestare la volontà delle parti di costituire, regolare o estinguere tra loro un
rapporto giuridico patrimoniale avente ad oggetto la cessione dei prodotti» agricoli e
alimentari.
In definitiva, ogni qual volta le circostanze lo consentono, è necessaria la sussistenza di un
vero e proprio contratto in forma scritta (con relativa sottoscrizione delle parti), eventualmente
integrato da documenti successivi (ordini, documenti di trasporto, fatture) che facciano
specifico riferimento al contratto principale, con la possibilità di integrarne alcuni (non tutti,
dunque) elementi essenziali.
In questa ultima ipotesi, sembrerebbe rientrare la fattispecie, diffusa nel comparto
ortofrutticolo, ed in particolare nelle campagne vitivinicole, dei contratti con prezzo da
determinare: in questi casi, infatti, anche in virtù delle indicazioni interpretative fornite in via
informale dai rappresentanti dei Ministeri competenti, sarà necessario un contratto (specifico, o
quadro) che, tra gli altri, indichi quanto meno i criteri oggettivi per la successiva
determinazione del prezzo che, nel suo esatto ammontare, potrà essere successivamente
specificato nella fattura, sempre a condizione che la medesima faccia espresso e specifico
riferimento al contratto a monte.
Diversa è invece l’ipotesi di una eventuale variazione del prezzo originariamente pattuito, che
naturalmente è consentita a condizione che vi sia l’accordo delle parti e siano rispettate le
forme previste, dando vita in tal modo ad un nuovo contratto che sostituisce il precedente.
Una fattispecie più semplice ricorre altresì ogni qual volta si realizzi uno scambio, con ogni
mezzo (fax, e-mail etc.), di ordini e relative accettazioni, anche quando tali atti non siano
imputabili con certezza alle parti o manchi una loro formale sottoscrizione, nel qual caso gli
elementi essenziali dovranno risultare dal complesso dell’intera documentazione.
Ancora più diffusa è la prassi secondo la quale ad un ordine scritto viene data esecuzione
senza una formale accettazione o, nel caso più estremo, manchi persino un ordine scritto (ad
es. perché ad un ordine telefonico consegue direttamente la consegna della merce): in
entrambi questi casi il contratto potrà comunque considerarsi perfezionato per fatti
concludenti, attraverso la consegna dei prodotti e la successiva emissione della relativa fattura,
naturalmente a condizione che non insorgano contestazioni.
In tutti questi casi, come già anticipato, gli elementi essenziali potranno essere contenuti negli
eventuali documenti di trasporto o di consegna, ovvero anche nelle sole fatture, a condizione
che venga riportata la dicitura espressa prevista dalla legge (come sopra riportato), da cui
consegue la definizione, che sta prendendo piede tra gli interpreti, di documenti e fatture c.d.
“parlanti”.
Giova infine ricordare che gli obblighi relativi ai requisiti del contratto vengono considerati
assolti nel caso di operazioni svolte nell’ambito della Borsa Merci Telematica Italiana o di altre
Borse merci riconosciute dalla legge secondo la relativa specifica disciplina.
La violazione di tali obblighi, oltre alla nullità del contratto, comporta una sanzione
amministrativa pecuniaria da € 516 a € 20.000, a secondo del valore dei beni oggetto di
cessione.
PRATICHE COMMERCIALI SLEALI
L’art. 62, al comma 1, afferma i principi generali di trasparenza, correttezza, proporzionalità e
reciproca corrispettività delle prestazioni, con riferimento ai beni forniti.
Il successivo comma 2 declina più specificamente tali principi definendo un elenco di
specifiche condotte e prassi che, nell’ambito della relazioni commerciali che intercorrono nella
filiera agroalimentare, devono considerarsi vietate.
Già da una prima lettura di tale elenco, appare di tutta evidenza come lo stesso riprenda in
larga parte le disposizioni relative alle fattispecie di abuso di posizione dominante, così come
definito dalla disciplina antitrust di cui alla legge 10 ottobre 1990, n. 287, nonché alla
fattispecie di abuso dipendenza economica, di cui all’art. 9 della legge 18 giugno 1998, n. 192,
sulla subfornitura.
Oltre ad alcune differenze terminologiche, necessarie per adattare tale fattispecie alle esigenze
dei rapporti in oggetto, la principale differenza rispetto alle richiamate normative è data dalla
mancanza della necessaria sussistenza dei presupposti di fatto da queste ultime prescritti (la
posizione dominante o la dipendenza economica) che, nella prassi applicativa, si è rivelata
difficilmente dimostrabile sul piano probatorio.
Nelle nuove fattispecie tipizzate dal legislatore, invece, l’unico presupposto è rappresentato
dall’abuso da parte di un contraente della propria maggior forza commerciale. Ai fini
dell’accertamento di una fattispecie di abuso, così come della valutazione di condotta
commerciale sleale, sarà innanzitutto necessario ricorrere ai richiamati principi generali di
trasparenza, correttezza, proporzionalità e reciproca corrispettività delle prestazioni.
Si riporta di seguito l’elenco di condotte vietate previsto dall’art. 62 con la contestuale
indicazione, nell’ambito di ogni singola fattispecie ivi prevista, di talune condotte frequenti
nella prassi della filiera distributiva che, a decorrere dall’entrata in vigore della nuova
normativa, saranno considerate «condotte commerciali sleali» e, pertanto, suscettibili di
sanzioni da parte dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (i nuovi poteri
dell’AGCM verranno di seguito illustrati).
a) imporre direttamente o indirettamente condizioni di acquisto, di vendita o altre
condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose, nonchè condizioni
extracontrattuali e retroattive
Si tratta di pratiche commerciali sleali solitamente imposte dalla GDO ai fornitori, come ad
esempio:
- sconti, premi, contributi, storni o remunerazione di accordi di cooperazione commerciale da
liquidarsi in via anticipata o in forma retroattiva. E’ una prassi diffusa tra i supermercati di
pretendere sconti retroattivi o premi di fine periodo, indipendentemente dal
raggiungimento di obiettivi di fatturato o di volume di vendita del singolo fornitore. Tali
sconti, richiesto a fine anno dalla catena/centrale di acquisto, incidono in misura
imprevedibile – perché l’ammontare dello sconto e, conseguentemente, la sua incidenza
viene conosciuta dal fornitore solo alla fine del periodo annuo di lavoro – e significativo,
non consentendo alla società fornitrice dei prodotti di programmare o mettere in bilancio un
tale investimento. Altra prassi utilizzata dalle grandi catene è quella di proporre
unilateralmente degli sconti sui prodotti (soprattutto nei mesi estivi di luglio ed
agosto), e ciò anche al fine di invogliare le famiglie agli acquisti in periodi di crisi dei
consumi, facendo ricadere il costo degli stessi unilateralmente su tutti i fornitori. Pertanto
gli stessi si trovano a dover sopportare economicamente – attraverso un contributo
straordinario – delle scelte adottate unilateralmente dalla GDO, per remunerare una propria
iniziativa commerciale, e con efficacia retroattiva;
- contributi a carico del fornitore per le spese di marketing sostenute dal distributore e/o
contributi a carico del fornitore per spese di adeguamento dei software del distributore e/o
semplificazione contabile telematica (spese per razionalizzazione della fatturazione). E’
infatti frequente la prassi di chiedere ai fornitori una partecipazione e/o remunerazione per
presunte attività di co-marketing sui prodotti in occasione dell’apertura di nuovi punti
vendita o del loro ampliamento oppure ancora del rinnovo dei locali. Ai fornitori sono altresì
richiesti ulteriori sconti in ragione di soluzioni tecniche che la catena di supermercati adotta
per rendere più efficiente la gestione amministrativa dei documenti di vendita, in
particolare contribuendo alle spese di aggiornamento dei software.
- contributi a carico del fornitore per i minori profitti derivanti dalla rivendita dei suoi
prodotti;
- pagamento di una somma forfetaria da parte del fornitore, cui è subordinata la tenuta in
magazzino o altre attività logistiche, o per l’inclusione nel listino del distributore dei
prodotti del fornitore, o per il presidio e il mantenimento dell’assortimento nei punti vendita
(inserimento dei prodotti c.d. listing fee: cfr. anche infra lett. d);
- sconti, premi, contributi per il solo rispetto dei termini di pagamento previsti dal contratto
di fornitura. Precedentemente all’entrata in vigore del D.L. 1/2012, il D.Lgs. 231/2002
fissava in 60 giorni dalla consegna il termine massimo di pagamento per la merce relativa
ad alimenti deperibili. In assenza di controlli da parte delle autorità a ciò preposte, era
prassi di alcuni supermercati e catene di supermercati pretendere uno sconto da parte del
fornitore al fine di pagare le merci nei termini pattuiti o, addirittura, nei termini di legge.
- facoltà per il distributore di respingere e/o restituire i prodotti o dedurre penali
contrattualmente previste in assenza di preventiva contestazione e/o reclamo al fornitore
nei termini previsti dal contratto di fornitura o, in mancanza da quelli previsti dall’art. 1495
c.c. Alcuni operatori sono soliti inviare ai propri fornitori lettere di contestazione tardiva
nelle quali viene comunicato che, a causa di “prodotti forniti non idonei alla vendita”, è
stata trattenuta a titolo di “penale” una parte delle somme dovute al fornitore per le merci.
Il tutto avviene senza una specificazione di quali siano i prodotti “non idonei alla vendita”
(referenza, data e luogo di consegna, numero di lotto), né i motivi. I prodotti, inoltre, non
vengono resi al fornitore, né a quest’ultimo viene data la possibilità di verificare le
contestazioni rivoltegli.
b) applicare condizioni oggettivamente diverse per prestazioni equivalenti
E’ il caso di condizioni discriminatorie applicate dai distributori nei confronti di fornitori di
prodotti alimentari appartenenti alla stessa categoria merceologica;
c) subordinare la conclusione, l’esecuzione dei contratti e la continuità e regolarità
delle medesime relazioni commerciali alla esecuzione di prestazioni da parte dei
contraenti che, per loro natura e secondo gli usi commerciali, non abbiano alcuna
connessione con l’oggetto degli uni e delle altre
In tal senso devono considerarsi vietate quelle condizioni contrattuali che prevedano una o più
prestazioni che non riguardino direttamente la vendita dei prodotti alimentari, come ad
esempio nei rapporti tra fornitore e distributore, la richiesta da parte del fornitore al
distributore di farsi carico dei costi di distribuzione dei prodotti dell’azienda produttrice. In
senso inverso, l’imposizione da parte della GDO al fornitore di costi per servizi amministrativi
non connessi direttamente alla vendita del prodotto. In un periodo in cui il costo del lavoro è
una voce di bilancio importante, alcuni distributori trasferiscono agli uffici amministrativi dei
fornitori l’onere di calcolare gli “sconti” ed i “premi” da detrarre dalle somme dovute,
nonostante i fornitori paghino i c.d. “servizi di centrale” che dovrebbero ricomprendere la
gestione ed il coordinamento centrale di fatture e sconti.
d) conseguire indebite prestazioni unilaterali, non giustificate dalla natura o dal
contenuto delle relazioni commerciali
Ad esempio il pagamento di una somma forfetaria da parte del fornitore per la tenuta in
magazzino e altre attività logistiche, per l’inclusione nel listino del distributore dei prodotti del
fornitore, per il presidio e il mantenimento dell’assortimento nei punti vendita e per altri servizi
di referenziamento. Si tratta di una pratica comune cui è solita ricorrere la GDO con la quale al
fornitore viene chiesto di pagare un contributo – c.d. fee – affinché il suo prodotto sia inserito
negli scaffali del distributore. In molti casi i listing fee sono pretesi ogni anno per poter
garantire la presenza dei prodotti dei fornitori richiedenti sugli scaffali, a prescindere da
impegni di acquisto e/o di fatturato.
e) adottare ogni ulteriore condotta commerciale sleale che risulti tale anche tenendo
conto del complesso delle relazioni commerciali che caratterizzano le condizioni di
approvvigionamento
Tale disposizione ricomprende tutte le clausole contrattuali che possono configurare abuso di
posizione dominante o pratica anticoncorrenziale.
Inoltre, con riferimento alle specifiche previsioni di cui alla lett. a) sopra indicata, l’art. 4 della
bozza di decreto attuativo chiarisce infatti che per condizioni contrattuali
ingiustificatamente gravose, e pertanto vietate, devono intendersi ricomprese quelle poste
in essere dal contraente che, abusando della propria maggior forza commerciale:
a) prevedano a carico di una parte l’inclusione di servizi e/o prestazioni accessorie rispetto
all’oggetto principale della fornitura, anche qualora queste siano fornite da soggetti terzi,
senza alcuna connessione oggettiva, diretta e logica con la cessione del prodotto oggetto
del contratto;”
b) escludano l’applicazione di interessi di mora a danno del creditore o escludano il
risarcimento delle spese di recupero dei crediti;
c) determinino, in contrasto con il principio della buona fede e della correttezza, prezzi
palesemente al di sotto dei costi di produzione dei prodotti oggetto delle relazioni
commerciali e delle cessioni da parte degli imprenditori agricoli.
Al fine di evitare il possibile aggiramento della nuova e più stringente disciplina sui termini di
pagamento (di seguito illustrata nel dettaglio), viene altresì espressamente configurata come
pratica commerciale sleale la previsione dell’obbligo a carico del venditore di un termine
minimo, successivo alla consegna dei prodotti, decorso il quale sia possibile emettere la
fattura.
Restano fuori da tale previsione le ipotesi di consegna dei prodotti in più quote nello stesso
mese, nel qual caso la fattura potrà essere emessa solo successivamente all’ultima consegna
del mese.
Il comma 4 dell’art. 4 della bozza di decreto attuativo chiarisce infine che la riscontrata la
diffusione di una pratica costituisce uno degli elementi di prova della slealtà della pratica
stessa, configurando in tal caso una presunzione relativa, con conseguente inversione
dell’onere probatorio a beneficio del contraente debole che non riesca a provare che l’altra
parte contraente abusi del proprio potere di mercato o negoziale al fine di ottenere un
vantaggio economico non giustificato e ingiustificatamente gravoso.
Ad ulteriore integrazione delle disposizioni che definiscono una «condotta commerciale sleale»,
l’art. 4 del più volte richiamato decreto rinvia espressamente ai principi di buone prassi ed
alle pratiche sleali identificate dalla Commissione europea e dai rappresentanti della filiera
agroalimentare a livello comunitario nell’ambito del Forum di Alto livello per un migliore
funzionamento della filiera alimentare (High level Forum for a better functioning of the food
supply chain), approvate in data 29 novembre 2011, il cui testo viene allegato al decreto
stesso.
In particolare, nell’ambito dei suddetti principi di buone prassi, vengono innanzitutto
individuati i seguenti principi generali:
A. Consumatori: le parti devono sempre tenere in considerazione gli interessi dei
consumatori e la sostenibilità generale delle filiera alimentare nelle relazioni B2B. Le parti
devono assicurare una massima efficienza e ottimizzazione delle risorse nella distribuzione
delle merci lungo la filiera alimentare.
B. Libertà di contratto: le parti sono entità economiche indipendenti, che rispettano i diritti
degli altri di definire le proprie strategie e politiche di gestione, inclusa la libertà di
determinare indipendentemente se impegnarsi o meno in un accordo.
C. Rapporti equi: le parti devono relazionare nei confronti delle altre parti in maniera
responsabile, in buona fede e con diligenza professionale.
Tali principi generali vengono altresì integrati dai seguenti principi specifici:
1. Accordi scritti: gli accordi devono essere in forma scritta, salvo casi nei quali ciò sia
impraticabile o accordo a voce consentito da entrambe le parti, e devono essere chiari e
trasparenti e includere il maggior numero possibile di elementi rilevanti e prevedibili, inclusi
i diritti e le procedure di fine rapporto.
2. Prevedibilltà: modifiche unilaterali ai termini contrattuali non devono essere fatte a meno
che le circostanze e le condizioni per queste non siano già state stabilite precedentemente.
Gli accordi devono delineare il processo attraverso il quale ognuna delle parti possa
discutere con l'altra le modifiche necessarie per l'implementazione dell'accordo o per
risolvere circostanze imprevedibili, entrambi situazioni che devono essere contemplate
nell'accordo stesso.
3. Conformità: gli accordi devono essere rispettati.
4. Informazione: qualora ci fosse uno scambio di informazioni, questo deve avvenire in
conformità con la legislazione sulla concorrenza e le altre legislazioni applicabili, e le parti
devono assicurarsi che le informazioni fornite siano corrette e non fuorvianti.
5. Confidenzialità: la confidenzialità delle informazioni deve essere rispettata a meno che le
informazioni non siano già pubbliche o indipendentemente e legittimamente note alla parte
che riceve l'informazione. Le informazioni devono essere usate dal destinatario solo per
scopi legittimi per i quali sono state comunicate.
6. Responsabilità sui rischi: tutte le parti nella filiera devono prendersi i propri rischi
imprenditoriali.
7. Richiesta giustificabile: una parte non può esercitare minacce per ottenere un vantaggio
ingiustificato o per trasferire un costo ingiustificato.
Come anticipato, oltre a definire i suddetti principi generali e specifici, nell’allegato al decreto
attuativo viene altresì riportata la seguente tabella (qui riprodotta per comodità di
consultazione), predisposta dal richiamato “Forum di Alto livello per un migliore funzionamento
della filiera alimentare”, in cui vengono individuate una serie di fattispecie tipiche di pratiche
scorrette (gran parte delle quali sostanzialmente corrispondenti agli esempi illustrati in
precedenza) con la relativa indicazione di un esempio equivalente di pratica corretta.
PRATICA ESEMPI DI PRATICHE SLEALI
ESEMPI DI PRATICHE CORRETTE
Accordi
scritti/non scritti
 Rifiutare o evitare di mettere
alcuni termini per iscritto
rende più difficile stabilire l'intento
delle parti e identificare i
loro diritti ed obblighi secondo il
contratto.
 Le parti assicurano che l'accordo sia in forma scritta
salvo casi nei quali ciò sia impraticabile o
accordo a voce consentito da entrambe le parti.
L'accordo contiene circostanze precise e norme
dettagliate in base alle quali le parti possono modificare i
termini dell'accordo in maniera
consapevole e puntuale, incluso il processo per
determinare necessari risarcimenti per eventuali
costi per entrambe le parti.
 Le disposizioni del contratto scritto sono chiare e
trasparenti.
 Quando i contratti non sono scritti, una delle parti
manda una conferma scritta in seguito.
Termini e
condizioni
generali
 Imporre termini e condizioni
generali che contengano
clausole sleali.
 Usare termini e condizioni generali che facilitino
l'attività commerciale e che contengano clausole
giuste.
Fine rapporto
 Porre fine unilateralmente alla
relazione commerciale senza
preavviso, o con un preavviso troppo
breve e senza una
ragione obiettivamente giustificabile,
ad esempio se gli
obiettivi di vendita unilaterali non
sono stati raggiunti.
 Porre fine unilateralmente ad un rapporto
commerciale rispettando l'accordo e il processo stabilito
in conformità con la legislazione applicabile.
Sanzioni
contrattuali
 Sanzioni contrattuali sono
applicate in maniera non
trasparente e non proporzionate ai
danni subiti.
 Sanzioni sono imposte senza
giustificazioni previste
nell'accordo o nella legislazione
applicabile.
 Se una parte non riesce ad adempiere ai propri
obblighi, le sanzioni contrattuali sono applicate in
maniera trasparente, nel rispetto dell'accordo ed in
maniera proporzionale al danno subito.
 Le sanzioni contrattuali sono determinate in anticipo,
sono proporzionate per entrambe le parti e
sono applicate per compensare i danni subiti.
Azioni unilaterali
 Cambiamenti non contrattuali
unilaterali e retroattivi nel
costo o prezzo di prodotti o servizi.
 Un contratto contiene le circostanze legittime e le
condizioni in base alle quali un'azione unilaterale
possa essere permessa.
Informazioni
 Nascondere informazioni essenziali
rilevanti per l'altra parte
nei negoziati contrattuali e che l'altra
parte si aspetterebbe
legittimamente di ricevere.
 Una parte usa o condivide con una
parte terza informazioni
 Fornire informazioni rilevanti essenziali per l'altra
parte nei negoziati contrattuali e assicurare che
le informazioni non vengano usate impropriamente.
sensibili fornite in maniera
confidenziale dall'altra parte
senza l'autorizzazione di questa in
modo da ottenere un
vantaggio competitivo.
Ripartizione del
rischio
 Trasferimento di un rischio
ingiustificato o sproporzionato
all'altra parte, ad esempio imponendo
una garanzia di
margine attraverso un pagamento in
cambio di nessuna
prestazione.
 Imporre una richiesta di
finanziamento delle attività
commerciali proprie ad una parte.
 Imporre una richiesta di
finanziamento di una promozione.
 Impedire all'altra parte di fare
delle dichiarazioni legittime di
marketing o promozionali sui suoi
prodotti.
 I diversi operatori corrono rischi specifici nelle diverse
fasi della filiera collegati alle potenziali
ricompense per avere un'attività in quel settore. Tutti gli
operatori si prendono la responsabilità per
i propri rischi e non cercano di trasferire i rischi ad altre
parti.
 Trasferimento di rischi che viene negoziato e deciso
dalle parti per ottenere una situazione di
soddisfazione reciproca.
 Le parti concordano termini e condizioni
corrispondenti al contributo di ciascuna di esse nei
confronti di attività commerciali realizzate
individualmente e delle attività promozionali.
Compenso per
l'inclusione nel
listino
 Imporre compensi per
l'inserimento nel listino che sono non
proporzionali al rischio di
commercializzare un nuovo
prodotto.
 I compensi per l'inserimento nel listino O quando
utilizzati per mitigare il rischio preso nel
commercializzare un nuovo prodotto – sono concordati
tra le parti e proporzionali al rischio preso.
Interruzione del
rapporto
commerciale
 Minacciare l'interruzione del
rapporto di lavoro o la fine di
quest'ultimo per ottenere un
vantaggio senza giustificazione
oggettiva, ad esempio punendo una
parte per esercitare i
propri diritti.
 Chiedere il pagamento di servizi
non resi o prodotti non
consegnati o il pagamento che
chiaramente non corrisponde
al valore/costo del servizio reso.
Vendite
condizionate
 Imporre ad una parte l'acquisto o
la fornitura di una serie di
prodotti o servizi collegati ad un'altra
serie di prodotti o
servizi O sia da una delle due parti o
da una parte terza.
 Le parti stabiliscono di vincolarsi a prodotti o servizi
che aumentano l'efficienza generale e10 la
sostenibilità della filiera e portano benefici sia alle parti
che ai consumatori.
Consegna e
ricezione
delle merci
 Interrompere deliberatamente il
programma di consegna o
di ricezione per ottenere un
vantaggio ingiustificato.
 Le forniture che arrivano all'ora stabilita permettono
ai fornitori di pianificare in tempo i processi di
produzione e gli orari di consegna, e permettono
all’acquirente di pianificare la ricezione,
l'immagazzinamento e l'esposizione delle merci
consegnate.
 Se una parte ha bisogno di consegnare o di ricevere in
anticipo/ritardo/in maniera parziale, avvisa
in tempo l'altra parte e sempre in conformità con
l'accordo scritto.
A carico del contraente che, contravvenendo ai divieti elencati dall’art. 62, comma 2, così come
specificati dal decreto attuativo interministeriale nonché dall’elenco dei principi di buone prassi
e di pratiche scorrette sopra riportato, pone in essere una condotta commerciale sleale, viene
comminata una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 516,00 a euro 3.000,00. La misura
della sanzione è determinata facendo riferimento al beneficio ricevuto dal soggetto che non ha
rispettato i medesimi divieti.
TERMINI DI PAGAMENTO
Il comma 3 dell’art. 62 prevede un termine legale per il pagamento di:
- 30 giorni per le merci deteriorabili;
- 60 giorni per tutte le altre merci.
I suddetti termini decorrono dall’ultimo giorno del mese di ricevimento della fattura.
L’art. 5, comma 5, della bozza di decreto attuativo esclude l’applicazione della norma nei casi
di cessione dei prodotti alcolici rispetto ai quali rinvia espressamente all’art. 22 della legge 18
febbraio 1999, n. 28, ai sensi del quale i corrispettivi devono essere versati entro sessanta
giorni dal momento della consegna o ritiro dei beni medesimi.
Inoltre, al fine di risolvere i dubbi interpretativi relativi alla difficoltà di individuare con certezza
il momento iniziale di decorrenza dei termini sopra indicati, l’art. 5, commi 3 e 4 della
bozza di decreto attuativo chiarisce che la data di ricevimento della fattura è validamente
certificata solo nei seguenti casi:
- consegna della fattura a mano;
- invio a mezzo di raccomandata A.R.;
- posta elettronica certificata (PEC);
- impiego del sistema EDI (Electronic Data Interchange) o altro mezzo equivalente, come
previsto dalla vigente normativa fiscale.
Particolare attenzione dovrà quindi essere riposta nelle modalità di inoltro delle fatture ai fini
della certificazione del loro ricevimento e dunque del diritto al pagamento entro termini quanto
più ristretti ed ai legittimi interessi maturati in caso di ritardo da parte della clientela (i termini
di pagamento potranno infatti anche raddoppiare, a seconda della efficienza con cui le fatture
saranno emesse e spedite dal fornitore e della capacità dello stesso di dar prova del loro
regolare ricevimento da parte del cliente).
In ogni caso, in mancanza di certezza circa la data di ricevimento della fattura, si assume che
la fattura sia ricevuta nella data di consegna dei prodotti.
Relativamente alla distinzione operata dal comma 3 dell’art. 62, tra merci deteriorabili e non, il
successivo comma 4 definisce i «prodotti alimentari deteriorabili» come quelli che
rientrano in una delle seguenti categorie:
a) prodotti agricoli, ittici e alimentari preconfezionati che riportano una data di scadenza o un
termine minimo di conservazione non superiore a sessanta giorni;
b) prodotti agricoli, ittici e alimentari sfusi, comprese erbe e piante aromatiche, anche se posti
in involucro protettivo o refrigerati, non sottoposti a trattamenti atti a prolungare la
durabilità degli stessi per un periodo superiore a sessanta giorni;
c) prodotti a base di carne che presentino le seguenti caratteristiche fisico-chimiche: aW
superiore a 0,95 e pH superiore a 5,2 oppure aW superiore a 0,91 oppure pH uguale o
superiore a 4,5;
d) tutti i tipi di latte.
Al fine di individuare un criterio per la determinazione della durata di un prodotto, necessaria
per stabilire se lo stesso sia deteriorabile o meno, nell’ambito delle definizioni di cui all’art. 2,
comma 2, del decreto attuativo viene specificato che «La durabilità del prodotto (superiore o
inferiore a 60 giorni) si riferisce alla durata complessiva del prodotto stabilita dal produttore».
Ne consegue che, se il produttore sottopone uno dei prodotti rientranti nell’elenco sopra
riportato ad un trattamento o ad una trasformazione idoneo alla conservazione dello stesso per
periodi superiori a 60 giorni, tali prodotti dovrebbero considerarsi non deteriorabili.
Ai soli fini dell’applicazione dell’art. 62, il comma 2 dell’art. 5 del decreto specifica che “il
cedente deve emettere fattura separata per cessioni di prodotti assoggettate a termini di
pagamento differenti”.
Più in generale, per quanto riguarda gli aspetti relativi alla fatturazione, ai sensi dell’art. 5,
comma 1, della bozza di decreto attuativo le modalità di emissione delle fatture rimangono
regolamentate dalla vigente normativa fiscale.
Non sono pertanto previste modifiche della disciplina fiscale vigente prima dell’adozione
dell’art. 62, rispetto alla quale non sussiste pertanto alcun aggravio ne in termini prettamente
economici ne di oneri amministrativi.
A tal proposito, appare tuttavia opportuno ricordare - al fine di evitare possibili contestazioni
relativamente alla disciplina fiscale, che resta in ogni caso distinta dalla disciplina civilistica qui
illustrata - che gli eventuali interessi attivi (di mora) devono essere contabilizzati ed iscritti
nell’apposita sezione del conto economico dedicata al fondo di accantonamento degli interessi
di mora.
Gli interessi (legali di mora o ad un tasso concordato), infatti, ai sensi del combinato disposto
tra l’art. 62, comma 3, DL 1/2012 e l’art. 6 del relativo decreto attuativo, decorrono
automaticamente dal giorno successivo alla scadenza del termine di pagamento qualora siano
soddisfatte le seguenti condizioni:
a) il creditore ha adempiuto agli obblighi contrattuali e di legge;
b) il creditore non ha ricevuto nei termini l’importo dovuto e il ritardo è imputabile al debitore.
Qualora il fornitore non adempia agli obblighi contrattuali o di legge, è diritto dell’acquirente
invocare la sospensione dei termini del pagamento.
Il saggio d’interesse, come già accennato, si può determinare, ferme restando le
maggiorazioni previste dalla legge, ricorrendo in alternativa:
- al tasso degli interessi legali di mora (interessi semplici di mora ad un tasso che è pari
al tasso di riferimento definito dalla vigente normativa nazionale di recepimento delle
direttive comunitarie in materia di lotta contro i ritardi di pagamento)
- al tasso degli interessi concordato tra imprese, purché detto tasso non risulti iniquo per
il creditore,.
Attualmente, in attesa del recepimento in Italia della direttiva 2011/7/UE, per determinare il
tasso di riferimento definito dalla vigente normativa nazionale di recepimento delle direttive
comunitarie in materia di lotta contro i ritardi di pagamento occorre far riferimento al D.Lgs.
231/2002 cha all’art. 5 prevede che “Salvo diverso accordo tra le parti, il saggio degli interessi,
ai fini del presente decreto, è determinato in misura pari al saggio d'interesse del principale
strumento di rifinanziamento della Banca centrale europea applicato alla sua più recente
operazione di rifinanziamento principale effettuata il primo giorno di calendario del semestre in
questione, maggiorato di sette punti percentuali”.
Tale previsione deve inoltre essere integrata con l’ulteriore previsione dell’art. 62 ai sensi del
quale, nelle fattispecie ivi sanzionate, il saggio degli interessi, é maggiorato di ulteriori due
punti percentuali ed é inderogabile.
In definitiva, il tasso complessivo degli interessi da applicare all’importo dovuto è dato dalla
somma tra il saggio d’interesse della BCE e le maggiorazioni di legge (7 punti percentuali
previsti per i ritardi di pagamento in generale + 2 punti percentuali specificamente previsti per
i prodotti agricoli e alimentari).
Per opportuna conoscenza, si segnala che la nuova direttiva 2011/7/UE sui ritardi di
pagamento nelle transazioni commerciali (non ancora recepita) prevede che il saggio
d’interesse sia pari al tasso BCE maggiorato di almeno 8 punti percentuali.
Il decreto attuativo chiarisce infine che deve considerarsi in ogni caso vietato trattenere l’intero
importo di una fornitura a fronte di contestazioni solo parziali relative alla fornitura oggetto di
contestazione.
Il mancato rispetto, da parte del debitore, dei termini sopra indicati, oltre a far scattare gli
interessi di mora come sopra indicato, viene altresì sanzionato con una sanzione
amministrativa pecuniaria da € 500 a € 500.000, in ragione del fatturato dell'azienda, della
ricorrenza e della misura dei ritardi.
POTERI DELL’ AGCM
Il compito di vigilare sull’applicazione delle disposizioni in esame e di irrogare le sanzioni ivi
previste viene attribuito dall’art. 62 all’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato
che, a tal fine, può avvalersi del supporto operativo della Guardia di Finanza, fermo restando il
potere di accertamento degli ufficiali e degli agenti di polizia giudiziaria.
L’AGCM può procedere all’accertamento delle violazioni d’ufficio o su segnalazione di qualunque
soggetto interessato (ivi incluse le associazioni di categoria nell’interesse dei propri associati).
Ai sensi dell’art. 7 del decreto attuativo, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato
dovrà adottare un proprio regolamento per disciplinare il procedimento istruttorio al fine di
garantire il contraddittorio, la piena cognizione degli atti e la verbalizzazione e le modalità di
pubblicazione delle decisioni.
Resta salvo, in ogni caso, il diritto di agire in giudizio, anche in capo alle associazioni dei
consumatori e a quelle rappresentative delle imprese, per il risarcimento del danno
derivante dalle violazioni dell’art 62.
Le stesse associazioni sono altresì legittimate, a tutela degli interessi collettivi, a richiedere,
l’inibitoria ai sensi degli articoli 669-bis e ss. c.p.c. dei comportamenti in violazione della
disciplina in esame.
Appare in questa sede utile evidenziare come il riconoscimento della legittimazione attiva in
capo alle associazioni di categoria, ed in particolare a quelle rappresentative delle imprese, sia
stato previsto in quanto funzionale alla salvaguardia delle relazioni commerciali tra gli operatori
professionali della filiera: come confermato dalla prassi giurisprudenziale sviluppatasi sino ad
oggi, infatti, risulta difficile pensare che, salvo casi estremi, il contraente debole agisca in
giudizio nei confronti della controparte contrattuale più forte, o si esponga comunque
direttamente attraverso una segnalazione all’Antitrust, proprio perché agendo in tal modo si
verrebbe verosimilmente a compromettere il proseguimento delle relazioni commerciali in
essere.
Tale eventualità viene avvertita maggiormente come pericolo - e pertanto, nei fatti, mai
praticata - proprio in quei rapporti in cui lo squilibrio del potere contrattuale è maggiore (ad
esempio perche sussiste un rapporto di monocommittenza) e necessitano di maggior tutela, in
quanto in tali casi risulta più difficile sostituire eventualmente la propria controparte con altro
fornitore/acquirente.
A tal proposito, si evidenzia che come nuovi poteri attribuiti all’Autorità definiscono in capo alla
medesima una competenza assolutamente nuova, che esula dalle precedenti competenze in
materia di legislazione antitrust o di tutela del consumatore e che, pertanto, richiederà un
necessario adeguamento operativo sia in termini di riassetto organizzativo che di modalità
operative e orientamenti interpretativi che dovranno necessariamente tener conto del nuovo
filone che sta per schiudersi.
In tal senso, appare altresì utile segnalare che in occasione di alcuni incontri informali, i
rappresentanti dell’AGCM hanno già evidenziato le difficoltà che conseguono all’attuazione di
tali disposizioni, anche in ragione delle limitate risorse economiche disponibili al momento, con
la conseguenza di una probabile necessaria definizione di azioni prioritarie, da individuare in
base alla gravità ed alla diffusione delle violazioni, cui la stessa AGCM dovrebbe attenersi nel
determinare le proprie linee d’intervento.
Gli introiti derivanti dalle sanzioni amministrative pecuniarie sono destinati a finanziare
iniziative di informazione in materia alimentare a vantaggio dei consumatori e per finanziare
attività di ricerca, studio e analisi in materia alimentare nell'ambito dell'Osservatorio unico
delle Attività produttive, nonché al finanziamento di iniziative in materia agroalimentare del
Ministero per le Politiche agricole, alimentari e forestali.
ENTRATA IN VIGORE
Ferma restando l’entrata in vigore dell’art. 62 a decorrere dal 24 ottobre 2012, la previsione di
cui all’art. 8, comma 1, della bozza di decreto consente agli operatori economici di poter
adeguare i contratti in essere entro il 31 dicembre 2012 esclusivamente rispetto ai requisiti
formali del contratto stesso di cui al comma 1 dell’art. 62 (forma scritta ed elementi
essenziali).
A tal fine è possibile operare una distinzione, nell’ambito dei contratti in essere, tra contratti
scritti e contratti verbali:
- nel primo caso, il decreto applicativo prevede che i contratti stipulati in forma scritta prima
del 24 ottobre 2012, e vigenti dopo tale data, qualora non contengano tutti gli elementi
previsti dal comma 1 dell’art. 62, possano essere completati ed adeguati, per gli elementi
mancanti, entro il 31 dicembre 2012;
- nel secondo caso, i contratti verbali non sono contemplati dall’art. 62 e, per evitare le
sanzioni previste, a far data dal 24 ottobre 2012 dovranno essere stipulati in forma scritta
e dovranno contenere i requisiti prescritti dalla legge.
Diversamente, il comma 2 del medesimo art. 8, prevede che le prescrizioni di cui ai commi 2
(condotte commerciali sleali) e 3 (termini di pagamento) dell’art. 62 si applicano, in conformità
al termine di entrata in vigore stabilito dallo stesso art. 62, a decorrere dal 24 ottobre 2012,
senza che sia prevista alcuna possibilità di deroga.
Di conseguenza, a prescindere dal momento in cui sia stato stipulato il contratto, i
nuovi termini massimi di pagamento di 30 o 60 giorni (a decorrere dall’ultimo giorno
del mese di consegna della fattura) ed il relativo meccanismo di interessi di mora, si
applicheranno a tutti i contratti le cui fatture verranno consegnate a partire dal 24
ottobre 2012.
Da tale data, pertanto, tutti gli operatori economici interessati dovranno necessariamente
adeguarsi alla nuova disciplina, con particolare attenzione agli obblighi di natura contabile e
fiscale, anche in corso di esercizio.
 
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