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IP, PICCOLE PRACTICE CRESCONO
La proprietà intellettuale è un «miraggio seducente», secondo il guru dell’informatica Richard Stallman. Tralasciamo il dettaglio che, letta nel contesto, l’espressione mira a promuovere il software libero: la suggestione delle parole ci offre il destro per una riflessione su quanto nel mercato legale italiano l’Ip sia seducente (e in quale misura possa invece essere un miraggio). Quello che è certo è che si tratta di una practice in ascesa nel Paese: in controtendenza sul mercato, sui temi di diritto industriale e proprietà intellettuale sembra che ci sia sempre un grande fermento. Sembra deporre in questo senso una notizia interessante emersa qualche settimana fa, quando la tedesca Bardehle Pagenberg - una delle più grandi law firm specializzate in ip in Europa - ha  annunciato l’intenzione di sbarcare in Italia rilevando lo studio Casucci Ferretti. E di questi tempi, se un tedesco si prende la briga di venire a fare business in un Paese appartenente alla categoria degli inaffidabili Pigs, vuol dire che qualche seria prospettiva di ritorno sull’investimento deve averla. Nessun miraggio dunque su questo settore, come sembra emergere anche dal trend registrato su quello che mi diverto a definire il «risiko degli avvocati» (chi entra, chi esce, da dove, per fare cosa). Negli ultimi anni molti professionisti specializzati in materia hanno lasciato gli studi multipractice, dove spesso lavoravano in posizione ancillare rispetto ad altre pratiche, come il corporate, per fondare delle boutique o comunque mettersi in proprio. Un fenomeno analogo e parallelo a quanto è accaduto e ancora accade con il diritto del lavoro: una practice alla riscossa con un prestigio crescente. Un copione replicato dall’Ip, che è uscito dalla dimensione ancillare e ha conquistato nuova autonomia. Quanto al posizionamento degli studi su questo segmento di mercato, la fotografia che emerge è piuttosto variegata. In passato, l’Ip era appannaggio soprattutto di studi professorali, che ruotavano attorno a un accademico di peso, ma ora si stanno lentamente estiguendo. E la polarizzazione sembra essere da una parte tra le grandi insegne multipractice che conservano dipartimenti forti sull’Ip (non tutte, va detto), o che addirittura hanno costruito parte della loro identità su questa practice, e le boutique dall'altra. Certo, accanto a queste realtà ci sono anche microiniziative (una o due persone) che probabilmente dovranno cercare di strutturarsi meglio se ambiscono ad avere un posizionamento efficace sul mercato, per cui è possibile attendersi in un futuro prossimo un’ondata di consolidamento nel settore. Anche perché va bene la specializzazione, ma l’Ip sta anche virando verso un sistema di competenze sempre più complesso, dato che un rinnovato diritto industriale non può prescindere dall’impatto che hanno le nuove tecnologie e i mezzi social su categorie come diritto d’autore, marchi, pubblicità, media eccetera: la convergenza dei mezzi impone, in questo settore più che in altri, anche una convergenza delle competenze. E a proposito di convergenza,  il risiko degli ultimi giorni ci ha regalato un altro spostamento illuminante: il trasloco di Mario Ortu, Nicola Barra Caracciolo, Paolo Canal, Stephen McCleery e un gruppo di collaboratori, da Freshfields a Orsingher, che cambia denominazione in Orsingher Ortu. Sull’iniziativa avrà magari avuto un peso l’amicizia tra Ortu e Matteo Orsingher (hanno lavorato insieme in Freshfields), ma non si può non notare che in questo caso è uno studio Ip ad aprire al corporate e non, come sarebbe accaduto in passato, il contrario. Se non è emancipazione questa…

di Gaia Giorgio Fedi
gaia.giorgiofedi@toplegal.it       twitter: @gaiagf
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